Rita che corre. Favola di una bambina che salvò un regno, tutto da sola.

‘Rita torna subito qui!’
ma, era troppo tardi.
Inizia così la nostra storia: tropppo tardi.
In tutte le storie c’è sempre un punto in cui è troppo tardi per tornare indietro: quando il cavaliere è davanti al dragone, quando il pirata ormai ha catturato la goletta e tu non puoi far altro che combattere per la vita, quando la sirena ha intonato il canto ammaliante. È troppo tardi perché l’avventura si possa fermare: non puoi far altro che ballare e vincere o almeno uscirne vivo.
E noi, cari amici, eravamo a quel punto.

Ma torniamo un attimo indietro, che per capire il presente a volte è necessario conoscere il passato.
Insomma chi è Rita? Per rispondere a questa domanda non possiamo che iniziare con un ‘ C’era una volta’.

Rita

C’era una volta il reame di Ospedaletti, terra di mare, vento e tantissimi uliveti, governata da un pirata e una cantante: Stefano, Pirata di Santa Terracquealiguria e Olga, regina delle acque cantanti (veniva da un regno in cui le acque erano abitate da sirene e le sirene, si sa, cantano sempre: a fior di acqua con voci meravigliose).
Essi avevano una figlia: Rita dagli occhi di cielo e i capelli color foglie d’autunno, dalla spada veloce, imbattibile al tiro con l’arco, più veloce di un ghepardo e sempre pronta a difendere i deboli. Ella era molto amata nel regno e anche molto occupata:
il lunedì, martedì e mercoledì, aveva lezioni di pirateria e salvataggi in acqua con il re Padre che le spiegava l’importanza di amare il mare, di soccorrere i più deboli – capitavano infatti molti incidenti per le bufere e le trombe d’acqua e bisognava
aiutare le imbarcazioni oppure combattere i predoni dei mari che arrivavano da nord per rubare, rapire, chiedere riscatti e depredare navi, barchette, piccoli paesini in riva al mare. Insomma era necessario essere sempre all’erta!
Il giovedì, venerdì e sabato, la nostra eroina aveva lezioni miste di pianoforte e canto con la madre, lezioni di tiro con l’arco, spada, lotta libera e prove di corsa ad ostacoli con i migliori pirati dei mari del nord.
E la domenica? Beh, la domenica poteva fare tutto quello che voleva (nei limiti dei divieti reali, paterni e materni, umpf), e che faceva? La domenica mattina, ogni domenica mattina lei correva giù nel borgo sul mare, a chiamare Leon, il suo super migliore amico, per giocare ad avventure conturbanti, lanciarsi dagli alberi con le liane e mangiare il cioccolato che portava via dalle cucine reali!
Insomma, la nostra eroina aveva una vita piena in cui era felice, fino al 24 di ottobre, esattamente dieci giorni prima del suo decimo compleanno.
Quel giorno il cielo divenne grigio e la sua amata madre cadde in un sonno profondo; cioè un attimo prima stavano intonando insieme una melodia e un attimo dopo (puff!) la mamma inizia a sbadigliare e si addormenta (e diciamolo pure: russava, in do diesis, ma russava). Dapprima Rita pensò ad uno scherzo ma quando, dopo piccoli pizzicotti, qualche schiaffetto leggero, diventato poi un imperioso calcio, un po’ di urla e lacrime; quando dopo tutto questo, la mamma non si svegliava, la piccola femmina, in preda a una paura nera nera, senza respiro corse dal padre. Il re padre era uomo di grandi talenti, grandissima generosità, ma anche leggermente iracondo, e quando accorrendo, vide l’amata regina moglie addormentata, ebbe un accesso di dolorosa rabbia. Rita conosceva il papà e sapeva che questo suo diventare tutto rosso, questo suo imprecare e chiamare a gran voce tutti i dottori, questo suo tirar pugni contro le tende era solo un modo per tenere occupata la mente, per non piangere: la mamma glielo aveva spiegato, la mamma era capace di spiegarle tutto e di curarle le ferite e giocare e raccontarle cose magiche, la mamma cucinava il riso basmati più buono del mondo e la faceva cantare a squarciagola!
Doveva salvare la mamma!
Mentre la principessa decideva che sarebbe stata lei a salvarla, meditando bombe a mano sotto il letto perché il rumore la svegliasse, baci di ranocchi che magari era una magia… il cielo diventò nero nero e comparve una femmina dai capelli grigio topo, con occhi tutti neri, una corona color rosso cupo, e mani sottili sottili con unghie a punta. Ella disse ‘Buongiorno re Stefano, se la tua adorata regina vuoi indietro, il regno intero mi devi dare. Non riuscirai mai a svegliarla poiché l’incanto che le ho mandato, solo io lo posso eliminare! Ti lascio dieci giorni. Al decimo giorno da domani, la tua regina scomparirà e diverrà un’ancella del mio regno, ho proprio bisogno di qualcuno che canti per me!’
‘Soniachkza che ci fai qui? Perché mi fai questo? Tu hai già un regno!’
‘Io ho il regno dei mari profondi! Sai che noia, buio buio e ancora buio! Sai quanto spendo in elettricità?? Voglio un regno di sole, olive e mare! Voglio la luce! E se non posso averlo, almeno avrò compagnia: tua moglie! Decidi in fretta!’
E con uno schiocco di dita sparì.
Rita rimase interdetta, cioè la zia Soniachkza, lei la conosceva. Certo non l’aveva mai vista ma era la sorella di papà. Ella aveva ricevuto in dote il regno dei mari profondi dalla loro madre che ne era regina, mentre il suo papà aveva ricevuto il regno di Ospedaletti dal nonno, che era un grande e buon pirata. Certo, il re padre le aveva detto che a volte vivere al buio rende un po’ pazzi ed era per questo che la zia non era mai venuta a trovarla: era un po’ strana. Ma questo. Era. Davvero. Incredibile.

‘Papà?’
‘Bambina mia non ti preoccupare; è solo la zia. Ci penso io. Tu stai qui buona buona che io ora parto e vado a far ragionare quella testa dura di mia sorella!’
A Rita proprio non andava di stare ferma con le mani in mano mentre il padre in meno di due minuti già stava correndo verso il veliero Tempesta’ per partire all’arrembaggio e far ragionare la sorella.
La nostra eroina, vide dalla finestra l’equipaggio del padre radunarsi in meno di trenta secondi, i migliori pirati del reame: forti, bassi, alti, magri, grassi, alcuni senza le dita dei piedi perse in lotte contro squali famelici, altri con uncini per poter attaccarsi meglio agli alberi maestri delle navi; tutti fieri e coraggiosi.
Mentre guardava tutto ciò, entrò nella stanza il braccio destro di suo padre Romualdo de Rodendrum Real Roar, due metri e 160 chili di coraggio e possente, onesto affetto.
‘Ciao pulce’
‘Romualdo tu non dovresti essere con mio padre?’

‘Io ho avuto un compito molto migliore: starò con te’
‘Lo sai anche tu che non è un compito migliore, anzi sono sicura che vorresti andare anche tu all’avventura’
‘Eih pulce, lo sai che vorrei e lo vorresti anche tu. Ma il mio re mi ha chiesto di badare al suo tesoro più importante: te e la mamma. Ed io questo farò’
‘Seee ho capito: mi farai da balia’
‘Pulce vedi che sei sveglia quando vuoi?’
La nostra ‘pulce’ però non ne aveva per la quale di stare chiusa nel castello e sapete cosa fece? Andò in biblioteca. Perché, mi chiedete? Perché una cosa la sua mamma le diceva sempre: i libri nascondono sempre le risposte e quello che non sai, non lo sai fino a che non lo trovi e il libro è un luogo in cui trovi le cose. Si, mi rendo conto che pare un po’ arzigogolato ma in soldoni e pochi spicci la regina madre voleva dire che se non sai qualcosa, ti basta cercare e spesso nei libri ci sono le risposte.
Entrò come una furia nella biblioteca reale (così grande che c’erano delle vere e proprie cartine attaccate alla pareti per non perdersi) e chiese all’anziana Raffaella, che aveva almeno 200 anni e la voce flebile, dove potesse trovare dei libri su sortilegi, magie del sonno e modi per eliminarli
‘Pagnottella mia, sono libri complessi da leggere e molto vecchi ma ne abbiamo una sezione a venti minuti di cammino da questo punto, poi giri a destra al quindicesimo corridoio e poi al primo a sinistra e ancora al primo a sinistra. C’è uno scaffale arancione con 250 libri. Direi che per sortilegi e magie del sonno sono il sesto, settimo e ottavo libro partendo da sinistra’
La nostra pagnottella adorabile, che odiava essere chiamata pagnottella, si incamminò alla ricerca di risposte.

Arrivata allo scaffale arancione iniziò a leggere. Impiegò due giorni interi, notti incluse (saltò un po’ di capitoli, ovvio), ma il terzo giorno aveva la soluzione e due occhiaie davvero blu!
Doveva andare nella foresta sempiterna di Genova per trovare il grande polpo magico che risolve gli enigmi e realizza i desideri! Semplice no?
Aveva solo bisogno di una canoa per risalire il fiume, un cavallo per galoppare fino a Genova, un po’ di soldi per corrompere le guardie che impedivano alla gente di entrare nella foresta (la foresta era pericolosissima), un arco, delle frecce, una spada e magari anche un amico o due che ci si sente soli nei viaggi.
Senza scoraggiarsi per la lunga lista di cose da fare, per prima cosa fece colazione (pane e cioccolato che aveva bisogno di energia). poi diede una lista di cibi alle cucine da preparare e impacchettare, chiese allo stalliere di preparare tre cavalli bianchi trai più veloci e resistenti e corse da Romualdo.
‘Romualdo preparati dobbiamo andare! La zia non toglierà l’incantesimo, è troppo arrabbiata e poi ho letto nel libro ‘Malefici dell’oltremare’ che il regno del mare profondo è impregnato di un incantesimo di livello duemila (sono i più brutti), se ci stai per più di dieci anni vieni preso da una tale nostalgia che ti porta a fare le più terribili azioni pur di andartene! Capisci? Nessuno libererà la mamma! Dobbiamo cercare il grande Polpo! Forza! Sto facendo preparare i cavalli per te e per Leon!’
‘Eih pulce aspetta un attimo io non credo né penso che sia qualcosa che una bambina possa fare’
‘Eih gigante, primo o vieni con me o io scappo nella notte e sai che lo farò e se scappo sarò da sola con Leon che non potrebbe mai salvarmi, che sai che ha paura del sangue, e mi avrai sulla coscienza. Prima di pensare che mi chiuderai nella torre, ricordati che sono addestrata a fuggire da qualunque tipo di prigione e che so scalare a mani nude qualsiasi superficie.’
Romualdo non poteva fare a meno di essere fiero di questa impetuosa piccola femmina e, sotto sotto, anche lui pensava che Soniachkza non avrebbe cambiato idea, perciocché decise assecondare la piccola pulce.
‘Vado a vedere che cavalli hai scelto, pulce.’
‘Corro da Leon’
‘Lascialo in pace, pulce. Non tutti gli amici possono sempre condividere le nostre avventure’
Ma Rita già correva immaginando paesaggi, corse e tante risate con il suo amico.
Leon, però, era malato: varicella con un accenno di indigestione da caramelle mou.
Perciocché, si limitò a salutare l’amico che pareva quasi morente dal dolore di pancia, tutto sudaticcio e in verità non molto triste di non poter seguire la principessa in questa avventura (lui odiava i polpi parlanti).
Fu così che una giovane principessa e un vecchio pirata, due cavalli, 50 chili di cioccolato e pane croccante si incamminarono verso una piccola canoa bianca.
Dopo un giorno di navigazione abbastanza tranquillo (se escludiamo quando per errore Romualdo pesco una sirena invece di una trota e forse se ne innamorò ma non c’era il tempo di capirlo), arrivarono a Genova.

Mancavano sei giorni al compimento del maleficio e ogni secondo non poteva andare perso; al che appena attraccata la canoa nel porto saltarono direttamente sui cavalli e partirono verso la foresta.
Arrivati alla foresta, trovarono mille guardie armate che ne impedivano ogni accesso. Rita, illusa, pensava che sarebbe bastato dare qualche soldo d’argento ma pagali mille soldati! Soltanto il tempo di dare due soldi ad ognuno di loro, avevi perso due giorni (dando tra l’altro per scontato che li avrebbero accettati, i soldi, che la corruzione, si sa, non è mai cosa giusta), ma poi riflettendoci con Romualdo capirono che i soldati erano lì per impedire alle genti di entrare (che poi, tra l’altro, nessuno voleva entrarci) bensì per impedire alle creature della foresta di uscirne!!!!
Così fu che i nostri due eroi, semplicemente, entrarono: una volta spiegato al soldato il motivo e assicurato che conoscevano i pericoli cui andavano incontro, i soldati gli fecero spazio.
Rita non aveva paura, certo l’oscurità verde e nera che li invase all’ingresso della foresta era un poco angosciante, così come gli ululati , le risate di strane scimmie tutte colorate con gli occhi rossi, i ringhi che si sentivano ogni tanto ma la nostra principessa era con il pirata più coraggioso e feroce del mondo e non aveva paura, almeno non tanta paura, che un po’ forse la aveva, che più avanzavano più gli alberi parevano facce di persone cattive, più si inoltra
vano nel centro della foresta più tutti i colori diventavano sempre più grigi e i ringhi aumentavano. Ad un certo punto, i cavalli, già nervosi (amici, ricordate sempre di dare ascolto agli animali, loro sentono cose che noi a volte non vediamo), si fermarono: non volevano più avanzare. A niente valse offrirgli del finocchio crudo di cui andavano pazzi; manco davanti a questa leccornia Romeo e Rodeo, così si chiamavano, si mossero. E sapete perché? Perché erano terrorizzati.
Rita e Romualdo ancora non lo sapevano ma si trovavano proprio di fronte al confine tra il mondo conosciuto e quello oscuro delle cose perse e dei pensieri nascosti.

I nostri avventurieri, quindi, lasciarono i cavalli ad aspettarli e stavano per avanzare, quando un tuono squarciò il cielo e un fulmine si scaricò davanti ai loro piedi, tracciando una linea netta e nerissima; nello stesso istante una voce stentorea disse ‘Se varcherete questo spazio, probabilmente non tornerete più indietro e diverrete anche voi cose perse, siete sicuri di volerlo?’
Romualdo stava per conferire con Rita, per dirle che forse stavano esagerando che Stefano non gli avrebbe mai perdonato di non rivedere la figlia, che avrebbero trovato un altro modo quando…
‘Rita torna subito qui!’
Si, avete capito, Rita senza un ‘se’ e tantomeno un ‘ma’ aveva superato la linea e correva in un nero più nero del nero.
Era troppo tardi, troppo tardi per riacciuffarla e troppo tardi per non correrle dietro, che lui, a quella peste, a quella pulce voleva bene e non poteva abbandonarla.
Si lanciò quindi verso la linea ma venne bloccato dai rami di un albero
‘Non puoi. Era la bambina a dover scegliere e deve farcela da sola. Questa è la legge. Uno per volta.’
Non servì a nulla usare la sua immensa forza, l’albero lo imprigionava e non l’avrebbe lasciato; tutto quello che poteva fare era credere in lei e aspettarla.
Rita per parte sua ormai era nel buio più buio del nero più nero e correva, correva per la sua mamma, correva per il suo papà, correva per il sole, correva per amore e nessun buio è più forte dell’amore, lo sanno tutti. Questo lo sapevano anche le tigri a strisce viola, i lunghi serpenti verde fango, le salamandre; nessuno di loro osò toccarla o attaccarla, perché nel paese delle cose perse e dei pensieri nascosti quando vedi l’amore, beh, quando lo vedi, tu ricordi e piangi di tenerezza e quella luce calda e morbida ti fa sentire grato e felice. Questo, infatti, accadde: Rita correva illuminata dal cuore pieno di amore e tutti gli animali che erano sulla sua traiettoria si placavano, accucciavano e iniziavano a ricordare il loro paese, il loro amore, il loro albero preferito, le banane… e piangevano di tenerezza e meraviglia.
Fu così che, illesa e con il fiatone, la nostra eroina arrivò di fronte ad un albero con un buco grandissimo (anche l’albero era grandissimo); Rita, anche se era coraggiosa, non è che aveva tutta questa voglia di entrare pure in un buco nero enorme dentro un albero grigio e morto e pure gigantesco!
Per fortuna non fu necessario: dal buco uscì un polpo giallo fosforescente a pois rosa fluo grande come lei e dei tentacoli lunghissimissimi che parevano di velluto: era bellissimo.

‘Buongiorno Rita, allora ce l’hai fatta ad arrivare qui. So già cosa vuoi da me ma perché pensi che io possa o voglia dartelo?’
‘Oh’
‘Sei di fronte a Rossano il Polpo Magico più affascinante del creato. Non credo che un ‘oh’ sia adatto alla situazione’
‘Oh. Cioè scusa. Cioè sei bellissimissimo. Cioè io sono stanca e stufa. E tu sei super bello. Oh.’
‘Occhei bambina respira. Lo so ho un fascino che conturba ma riprenditi. Se i miei conti non sbagliano, hai solo quarantacinque minuti e trenta secondi per salvare tua madre. Ti confermo che avevi ragione: tua zia, che era una brava donna, è vittima della maledizione dei mari profondi e ovviamente tuo padre non è riuscito a farla ragionare e ora sta sbraitando contro una tempesta cercando di arrivare a palazzo e vedere te e tua madre. Si, tuo padre la ama tanto e ama pure te etc. etc. ma a me non interessa, tutte queste tenerezze mi annoiano e danno un attimo di diabete. Dammi una ragione. Una ragione per cui dovrei aiutarti. Perché?’

Rita chiuse gli occhi; era stanca, affamata, incavolata nera perché ora che era lì, ora che tutto dipendeva da lei, ora che poteva salvare i suoi genitori, proprio ora non sapeva che dire. Tutti sbagliano a volte, lei li vedeva gli adulti che dovrebbero sapere tutto ma che non lo sapevano, sto tutto. E se non lo sapevano gli adulti figurati una bambina! Però la verità ha una forza incontrovertibile, la verità crea le magie, glielo diceva sempre la sua mamma.
‘Ragazzina hai ancora quarantuno minuti e quindici quattordici tredici secondi’
‘Occhei oh favoloso Rossano, il motivo per cui potresti farlo è che io credo in te. Io so che tu puoi. La mia mamma e il mio papà mi hanno insegnato che la gente dimenticata smette di esistere ma se è ricordata, creduta, seguita, diventa immortale. Io credo in te, io ti ho scoperto in un libro, ti ho cercato e sono venuta qui. E ti crederò per sempre.’
Sapete come è un polpo che riflette, si commuove, si rattrista e gioisce tutto insieme? Diventa una palla singhiozzante e sghignazzante, tutto insieme. Rossano diventò una grossa palla fosforescente gialla a pois rosa traballante e saltellante.
Rita però non lo sapeva come è un polpo commosso; quindi, non sapeva che fare e riusciva solo a pensare che il tempo correva.
‘Senti. Scusa. Se non vuoi aiutarmi dimmelo che sto morendo di terrore e poi tu, tutto così tutto arrotolato… che accade? Stai morendo? Che devo fare?’
Finalmente Rossano parlò:

‘Hai fatto abbastanza e anche di più, mi hai regalato speranza e amore, pulce. Vedi io amo questo luogo, ho raccolto gli animali perduti, le cose dimenticate e anche i pensieri dimenticati e gli do una casa. È il mio compito ed è anche la mia magia. Ma sapere che qualcuno parlerà di me, ogni tanto mi penserà beh è un regalo inatteso e meraviglioso. Grazie. Quindi si, ti aiuterò!’
‘Oh, grazie grazie grazie grazie! Beh, cosa devo fare? Come funziona? Cosa accade ora?’
‘Ho già fatto’
‘Cosa?’

‘Tua madre si sveglierà domani mattina nello stesso istante in cui il veliero reale attraccherà nel porto, Romualdo in questo momento è trasportato da Renzo l’albero camminante, fino al limitare della foresta. I vostri cavalli sono già lì ad attenderlo e tu ora, chiudi gli occhi. Ah, e tua zia sta ricevendo or ora tremila meduse elettriche e un paio di ballerini di samba; ti assicuro che si placherà entro la serata e non farà nulla di male a nessuno più. La danza salva gli animi e dona felicità.’
‘Ma io…’
‘Chiudi gli occhi! Ecco perché non mi circondo di marmocchi, non sopporto la disobbedienza!’
Rita neanche il tempo di battere le palpebre, che si ritrovò in sella a Rodeo, di fianco ad un Romualdo attonito e confuso: ‘un albero, un albero che camminava mi ha portato qui… io… un albero… ma gli alberi… non … camminano…’
‘Oh Romualdo poi ti racconto ti prego corriamo a casa! Corriamo!’
Romualdo felice di vedere la sua pulce, stanco, confuso e anche contuso (che stare in braccio ad un albero ti riempie di ematomi e bernoccoli), non se lo fece ripetere due volte e partì al galoppo.
Il viaggio pur essendo più veloce, pareva lentissimo come se il tempo non passasse mai, pareva che il fiume fosse più lungo, la zattera più piccola. Comunque, come in tutti i ritorni, alla fine ci arrivi, a casa.
Rita corse nella stanza della regina madre. Era l’alba. La madre dormiva, esattamente come quando l’aveva lasciata. La svegliò. Niente.
Ecco, il polpo l’aveva presa in giro, ecco! La nostra giovine eroina iniziò a piangere. I singhiozzi erano sempre più forti e sconsolati, fino a che non senti la tromba reale annunciare il ritorno del padre, il re. E insieme a quel suono anche la voce della madre che l’apostrofava con tenerezza ‘Rita ma che succede? Perché piangi?’

Come proseguii la mattinata lo potete immaginare, madre padre e figlia ognuno con una storia da raccontare, ognuno eroe della propria avventura, con una torta da preparare e un compleanno da festeggiare!

Che vissero felici e contenti ve lo devo anche dire?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...