Soliloquio di Ildamaria o del Dolore

‘Sa una cosa Mademoiselle? che poi sto uso della parola ‘cosa’ continua a lasciarmi perplessa.. usiamo ”cosa” per definire tutto dimenticando il nome corretto e dimenticarlo, il nome, non significa forse perderne la magia?
ma scusi divago, è che a volte un pensiero ne chiama un altro che ne chiama un altro e io mi ritrovo a salvare foche in Uganda mentre in realtà dovrei scendere alla fermata Gambara e comprare il latte e poi le foche mica ci sono in Uganda, nevvero?
Ma scusi non sono venuta per parlare del mio dramma schizofrenico di eccesso di stimoli e mancanza di coraggio.. no no io sono venuta qui per raccontarle la mia scoperta. Perchè ieri tra via Torino e corso Genova ho avuto un’illuminazione.
Mademoiselle Porcupine ho capito che noi non sappiamo più provare dolore perchè non ne possiamo più parlare. Provare, parlare e superare: un processo continuo e necessario per andare oltre o tornare indietro in caso. Una volta il dolore era condiviso in un salendo di lacrime e parole di cui il sociale ne diventava cassa di risonanza come un tamburo il cui suono aumenta la velocità fino al parrossismo sincopato e si spegne con un grido animale di liberazione ed è la partecipazione di tutti che lo diluisce facendo sentire il singolo parte di un tutto, non abbandonato ma compreso in una natura senza cuore, in un corpo che tradisce tutti non solo te, in una perdita in cui tutti sono attori e vittime.
Certo, Mademoiselle, mica sono così stupida o giovane da non sapere che il dolore divide, stacca pezzetti di te, allontana e va vissuto anche singolarmente, anzi è quasi necessario ma ha anche bisogno del riconoscimento per non farti impazzire.
Ora il dolore è solo sporco, malato, solamente una questione privata da nascondere in sgabuzziono vicino ai detersivi e dietro il mocio. Il dolore è scandaloso, una puttana malata e affamata che ti si attacca al braccio per chiederti 5 cent. E ognuno è solo e ognuno non vuole farsi vedere con lei o con te che ce l’hai al braccio.
Capita che se lo provi poi non ne sai parlare, anche se vorresti non lo puoi raccontare perchè non conosciamo più le parole per raccontarlo.
Il dolore è nascosto nelle pieghe del tempo e ci cammina accanto, una presenza naturale e meschina ben visibile un tempo, accettata e condivisa da una comunità che si si è trasformato in un fantasma, un cane rognoso.
E sa qual è il problema Mademoiselle ora? Il problema è che ora che non sapendone parlare, il dolore fa dei buchi dentro noi, buchi che diventano ulcere maleodoranti che ci asciugano e uccidono piano piano, perchè la parola cura e se non se ne parla ci si ammala.
Mi capisce Mademoiselle? Riesce a capire quello che intendo?
Io sto morendo di dolore e non lo posso raccontare, mi hanno tolto le parole per farlo e il pubblico per aiutarmi a ricordarlo, perchè per lasciare andare bisogna ricordare.
La prego mi racconti una favola, mi racconti una parola che lacerire, strappi, tagli, che sappia di sangue, carne e con il suo marciume mi aiuti a gridare e farlo scappare di paura questo dolore che mi attanaglia. La prego mi inventi un pubblico come quelle vecchine che nei paesi venivano pagate per piangere ai funerali. Le vecchine che piangono. Decisamente sottovalutate.’
‘Ildamaria, va bene. Ora siediti.Respira.’

Dell’appartenere o meno

excdus:

(This isn’t happening)

Quando avevo 15 anni e quando ne avevo 17 e anche quando ne avevo 20 pensavo questa cosa qui scritta sopra o sotto (che non so se l’immagine la vedrete sopra o sotto) e ne ero convinta poi ad un tratto, un giorno, all’improvviso ho capito che se non facevo pace con queto ‘qui ed ora’ che se non accettavo di appartenere a questo luogo e a questi legami manchevoli o esasperati non ne potevo scappare. Che per scappare per andarsene bisogna prima accettare, non puoi tagliare un filo che non vedi bene perchè ne rifiuti l’esistenza e ciò che non vedi bene, proprio percheè non è possibile reciderlo, t elo porti dietro tutta la vita, ti segue, ti annega… Non esistono centrature, vite perfette semplicemnte perchè noi non lo siamo, perfetti. Ma esistono possibilità di creare il proprio desiderio, di incarnarlo e farcela. In un modo o nell’altro. Il segreto sta nel vedersi chiamaramente, avere questo coraggio infame e poi, solo poi, abbandonare o decidere di non farlo. Quelli sono fatti di ognuno.

Di tutto e Niente.

my-teen-quote:

black & white quotes/GIFS

‘Everyman is free but everywhere he is in chains’ (William Blake)

Le Conseguenze dell’amore, amico mio

io, loro, le amo.

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phoebewahl:

Lady Winter, created for the Taproot 2015 calendar. 

Watercolor, collage, colored pencil.

Phoebe Wahl 2014

Favola Musicata per un Buon Mattino

https://www.tumblr.com/audio_file/laporcupine/102612175760/tumblr_neoyj1ZmZi1tl0sm2?plead=please-dont-download-this-or-our-lawyers-wont-let-us-host-audio

Favola Musicata per un Buon Pomeriggio

https://www.tumblr.com/audio_file/laporcupine/102364084051/tumblr_nel50eIAMq1tl0sm2?plead=please-dont-download-this-or-our-lawyers-wont-let-us-host-audio

..di Favole, Femmine e altre Storie o no? e che l’Incanto abbia Inizio

Testi di  Mademoiselle Anais Porcupine. Musiche Scritte e Interpretate dal Maestro Sergio Parisini – Voce Narrante Sergio Parisini

 

Prendete un pianista, dategli una favola, chiedetegli un’emozione e il gioco è fatto!

Questo è un progetto nato per caso dall’incontro in un autogrill tra un pianista e una scrittrice di favole, entrambi con il bisogno di un’emozione liquida e alla ricerca della parola-musica, della parola-carne; perché scusate ma non è forse la parola che guarisce? Non è forse la musica a lenire e curare? E non sono forse le favole che ci insegnano che dopo il buio viene la luce, che è vero che esiste il lupo ma poi arriva anche il cacciatore a salvarci? Ecco allora che nascono le nostre Favole, o meglio storie di Femmine, musiche di adesso, suoni che accompagnano parole e parole che seguono suoni raccontate da una voce non omologata, non performante come quando eravamo piccoli ed erano i nonni o i genitori con le loro inflessioni dialettiali, con la loro unicità, quella voce unica, a raccontarci la favola. Una voce come allora per dimenticarci le maschere che indossiamo ogni giorno e ricordare ciò che siamo, ciò che temiamo, ciò verso cui andiamo. Uno spazio condiviso al di là del tempo. E per superare il tempo cosa meglio della voce musicata, della musica parlata?

 

E allora il suono parla e la parola si odora, e per due minuti conoscerete Clotilde che ha paura di amare, Gervaso che non sa vivere il futuro, Berenice che sa quello che vuole, Imma che cerca una favola… storie assurde ma più reali del reali perché alla fine parlano di noi, di voi.

 

Fil Rouge di questo progetto è la femminitudine, un concetto che sta molto a cuore ai nostri autori, Mademoiselle Anais Porcupine e il Maestro Sergio Parisini.

La Femminitudine non ha nulla a che fare con l’essere di sesso femminile o maschile ma solo con l’essere.

La femminilitudine è quella capacità di essere disperate un attimo prima e un attimo dopo impazzire di gioia per un paio di decolté, quella morbidezza esaustiva, quell’orgoglio contenuto, quella furia sensuale, quello sguardo che perfora e anela. Essere femmina come maieutica, come parto del mondo e a questo mondo partorito le femminitudine si adatta e ne ride. La femminitudine è la capacità di sopravvivere a se stessi dopo essersi condannati. La femminitudine è forza, paura, terrore, odore, risata di cuore, movimento sinuoso. La femminitudine è lacerare, distruggere, ricostruire, mietere vittime e curarle, pensare bianco e dire nero solo per il gusto di farlo, radicarsi nella carne e nello spirito, spazzare via, cullare, scaldarsi, essere tempesta. La femminitudine è energia contenuta e incontrollabile. E’ la carne e il sangue che diventano parole, camminata, sguardo.

E avete presente di com’è uno sguardo fatto carne? Il desiderio incarnato? L’avete mai visto? L’avete mai fatto assaggiare? E la musica questo fa; fa assaggiare questo sguardo, sentire il tocco di quelle paure e rende della magnificenza di un bacio.

Che dite?

Avete ancora il coraggio e la forza di credere nelle favole?

Nina o della Bellezza

http://laporcupine.tumblr.com/post/102010722052/di-favole-femmine-e-altre-storie-o-no-e-che

Gervaso o dell’impossibilità di vivere il futuro ovvero la tragedia di possedere un Lama

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Prodezze e Ingegno

Teodoricà

Di un Cuore Rotto e qualche Considerazione Sparsa

Annaluisa e i suoi NO

Io e l’oscena ansia di protagonismo del dolore, che non può fermarsi un attimo e aspettare dietro le quinte, che non sa cosa sia il rigore dell’educazione che vieta di alzare troppo la voce, di farsi notare troppo, di essere persistente e rumoroso. Lui se ne frega. Lui è tuono, fuoco, lama, coltello. Lui è ovunque e quando arriva non ce n’è per nessuno. Diventa il protagonista a rischio Oscar e balla, salta, tira, arriccia le labbra, canta a squarciagola, o semplicemente squarcia. Squarcia e dilapida la pazienza, terrorizza e ride. Il dolore, questo personaggio sporco, maleodorante, sudaticcio che ti entra nel sangue, che ti sospira nella gola che ti ribalta lo stomaco e squassa il terreno sotto i piedi. Un derelitto dal potere di un re. Un bastardo che saccheggia e spossa e strema. E poi se ne va. E tu sei lì, finalmente libera. Leggera. Fino a che non torna, nel giro di un’ora magari. Bisognerebbe bandirlo, ucciderlo, eliminarlo. Il mio regno per un drago e una bomba a mano.

‘Annaluisa e i suoi NO’

Anais Porcupine

Stupore e Meraviglia e Tremore

‘che poi la sa la verità? la verità è che io sono terrorizzata di non essere come mi hanno raccontato. E se fosse vero, se io non fossi come mia madre mi ha sempre detto di vedermi, cosa mai farò? Dove comincio? ma sopratutto dove finisco? vorrebbe dire ricominciare da capo: alzarsi per cercarsi, tentare per capire, spalancare gli occhi per vedere di più.
Non pensi, Mademoiselle Porcupine, che che mi sia fermata al quadro dipinto di me da mia madre, non è questo; sono ben cosciente dei giochetti che si affastellano rincorrendosi e contundendoci in una famiglia ma è che alla fine sapere chi sei, sentirtelo raccontare è tranquillizzante, se non ti fai domande vai avanti per la tua strada di mattoncini arancioni, sciegliendoti un TOTO qualunque e rincorrendoti nel gioco delle parti in cui diventi leone terrorizzato, omino di latta contuso o spaventapasseri confuso.
Se non ti fai domande tutto fila, certo non liscio anzi, ma almeno ti pare che abbia un senso e vanti pochi drammi. E invece. Poi se ti accorgi che così non va. Che a te non è che piaccia quello che ti hanno raccontato prima e che poi ti sei raccontata, poi tu. Che nella lotta per affermarti sei tu per prima scivolata in certi stereotipi imposti .
Ecco se è così inizia il terrore. E sono cazzate che dal terrore, dal dramma, dai problemi, dalle perdite nascono perle e diamanti. Che non è vero che la gente migliora. C.A.Z.Z.A.T.E. Non è il dolore che ti migliora ma ciò che ne fai di esso, il modo in cui lo trasformi. Il dolore incide la carne, tocca poi a noi scegliere cosa farne della cicatrice e del sangue che non smette di scorrere. E non sempre ne facciamo qualcosa. 
E io ora non so dove sono arrivata, non capisco che ne ho fatto del mio dolore e sbiadisco davanti al terrore di mettermi in gioco.
Scusi Mademoiselle, io tergiverso ma sa.. quando inizi a guardarti dentro non è che i pensieri stiano in fila indiana ad aspettare il loro turno. Eh no eh. Loro sono impavidi e arroganti e tutti insieme mi vengono alla bocca dello stomaco e che dolore!
Lo vuole un caffè? Io ne ho proprio bisogno. Ieri ho comprato dei biscotti, aspetti che li prendo.
Sa, mia nonna Leonarda stava ore la notte quando mi svegliavo in preda agli incubi ad ascoltarmi…’

Di Bisogni e Caffè

vede Mademoiselle lei fa tutto facile nelle sue favole, come se noi solo per il fatto di essere femmine o che avessimo sta benedetta femminitudine (che poi mi spiegherà che significa sta roba e perché non solo le donne ma anche gli uomini possano averla! che sarò limitata ma io mica la capisco eh!) fossimo investite dell’onore di essere grazia, desiderio, olio che scorre, incanto, terrore, tremore, stupore! Ma che? Ma le paio tutte ste cose io? Le pare che io sia stupito stupore? che faccia tremare di desiderio gli uomini che incontro? Ma se neanche mi guardano! Non mi si filano di pezza e solitamente quando cerco di essere secsy risulto caricaturale, ridicola e se faccio la voce roca o arrochita sembro solo un camionista con la cirrosi. Insomma che è? Sono io o è lei che francamente mia cara, non sa cosa dice? Lo sa cosa dice? E se lo sa qual’è il mio problema? Perché non servono i tacchi 15, i rossetti rosso pieno e ricco, gli sguardi provati all’infinito se poi Piero manco mi salta la mattina? Si penso è perché a lui piacciono le tipe à la page come quella là, quello stecco con le tette che è la Susanna con quell’aria un po’ così e la sciarpetta di seta fatta a mano dall’ultima vecchietta di salaminchia, con i pantaloni larghi su quei fianchetti da ninfetta e il suo dire 3 dico tre parole ogni 5 ore 5! A lui piacciono ste donne che sanno tutto di Wittgenstein e praticano il Qi Kong tutte le mattine. (!!???)
E allora che faccio io? Inizio a leggere Wittgestein e pratico il Qi Kong tutte le mattine (e non sa che palle), compro valanghe di pseudo sciarpette di merda, svendo i tacchi e parlo ogni 3 ore (che 5 ore francamente è troppo) e non sa che fatica!
Ma che ci posso fare se poi quando vedo il Piero il mio cuore si spezza e si autoguarisce, le farfalle in pancia si coalizzano per un’orgia senza eguali e mi vengono le formiche proprio li? Lui su me ha tutti i poteri del mondo: morale, temporale, taumaturgico! 
E sa che c’è? sa che è successo dopo la mia trasformazione? Nulla. N.U.L.L.A.
Iniziano a filarmi solo il Silvio e il Luigi, ossia il custode dello stabile che fila tutte e il postino (che niente contro sto due lavori ma a me non mi piacciono niente!e non è che perché uno mi fila io me lo devo fare, anche se.. ho pensato he forse potrei ingelosire il Piero con il Carlo che è il fioraio e ieri mi ha regalato una foglia di fico.. che dice? funziona?) ma il Piero continua a parlare con la Susanna (sta stronza che manco è simpatica con i suoi cibi bio, il suo amore per le cicale del Nilo e la sua passione per i cupcake di farina di polenta!).
E allora sono giunta alla conclusione che lei, Mademoiselle, è una bugiarda.’
‘……’
‘Che fa non risponde? Guardi che la picchio e non mi interessa se è vecchia! Io sono una donna con il cuore spezzato e per i cuori spezzati dovrebbero dichiarare lutto mondiale e amnistia!’
‘Ho voglia di caffè. Un caffè sgombra i pensieri e sveglia le parole. Ne faccio uno anche per te e siediti che sarà una cosa lunga, perché ora si tratta di capire chi mente a se stessa, mia cara. E non sarà né breve, né indolore.’

Viola o della Verità e i suoi angoli acuti

Viola ormai sapeva come la verità si nascondesse negli angoli acuti dei sospiri, e che ogni tanto faceva, ella (la verità), facesse capolino tra gli sguardi proprio nel momento in cui gli altri si distraevano: ecco, si, ecco che lei usciva un secondo dalla ghiandola lacrimale per vedere se era il caso di esserci anche lei, in quei discorsi. E poi, sistematicamente, decideva che no, non era il caso. Non che la verità sia una codarda. No. Per niente e Viola lo sapeva bene. Era solo che era delusa. Vedete ci aveva provato mille volte a uscire, a parlare, a raccontarsi per diventare ordito di un qualcosa di diverso, ma nulla. Beh lo sapete no? Nessuno ha davvero voglia di sapere cosa cela la tua rabbia, di sentire quello che hai da dire perché tutti credono già di sapere quello che stai per pronunciare e si annoiano in anticipo, al ché mettono il pilota automatico e bla bla bla. E Viola in quei momenti si ritrovava che voleva sparargli, a quelle facce di formaggio, a quei cervelli liofilizzati, scuoterli, picchiarli, farli sbranare perché, a suo avviso, non c’è colpa più grande di un disinteresse disinibito. E allora eccola che li salutava e si metteva a camminare per ora gridando: “ma mi hai chiesto come sto no?? e allora perché non ti prendi la responsabilità della tua domanda? Io devo rispondere come sto no??? perché??? ti conosco da 20 anni e non posso dirti la verità? e tu NON ti aspetti la verità??”
Poi un giorno capì che pochi hanno voglia di ascoltare, che per ascoltare ci vuole quel non so chè di caldo e avvolgente, una matassa liquida nello stomaco, che siamo esseri così rachitici e patetici che per ascoltare dobbiamo volere bene per davvero e fino in fondo e anche li potremo avere dei problemi (l’intelligenza emotiva media è statisticamente un fattore in sfracelo). E quindi semplicemente nascose le sue verità come fiori che hanno bisogno del massimo riserbo e, a volte, la usò come una spada, affilata e assetata di vendetta.
Viola però ora aveva paura, aveva paura di dimenticarsene.

‘Viola di Maggio’

Anais Porcupine

Giulietta

‘Giulietta non sapeva come raccontarlo, il suo dolore, che poi dolore non era: era una sorta di vuoto, di lucrore appannato che le impediva di stare bene. Ed allora eccola che cercava parole che la calmassero, mani che la legassero, sguardi che la coccolassero ma nulla, nulla riempiva quel niente di cui il suo stomaco era sazio.Era sospesa su una corda con un piede di traverso, era come se ne sentisse lo spessore di quella corda, la ruvidezza sotto la pelle, il rumore del contatto e l’assenza di d’aria perchè quando sei sospesa sul mondo è l’assenza di aria, di vento di voci a far paura. Era stato un anno difficile in cui aveva mascherato troppi trucchi barbari cui si era abituata che aveva fatto suoi e migliorato, rifinito fino alla perfezione. Ed allora ecco che il lavoro serve solo a portare a casa dei soldi che servono solo a farti fare ciò che ami, che non è importante ciò che fai ma ciò che sei, che lei era altrove e in questo altrove stava più che bene, che tutto era solo momentaneo che nulla è per sempre. E poi un giorno, si era accorta che non puoi masticare terra all’infinito anche se ti racconti che sa di zucchero filato perchè lo stomaco, la terra, non la può contenere, la bocca la deve sputare, la gola la rifiuta e la pancia grida denuncia l’orrore di questo fango. Si è accorta che ciò che fai ti entra nella pelle, che ciò che sei può andare perduto anche se non te ne accorgi, che custodire gelosamente un pensiero non lo fa sopravvivere, che di cadaveri coccolati è pieno il mondo. Che tutto ciò che decidiamo, facciamo, proviamo ci si tatua nella carne, la ferisce, la ammalia. Che il coraggio non si vende e la maggior parte delle volte non ci appartiene. Che le spade si forgiano con il ferro e l’acciaio e per forgiarle ci vuole pazienza, rigore, tempo e spietatezza. Che credere non è raccontare ma fare. E di fronte a questo, con la bocca piena di sale e terra, con le mani artigliate a quel poco che rimane di solido, stiracchiando l’amore o quello che ne è rimasto dopo una disamina fatta di onestà ordita nella crudeltà (e ditemi voi se la verità, quella vera che nascondete sotto etti di carne e buoni propositi e favole, non è crudele) si ritrova sospesa in bilico su 200 grammi di buona corda irlandese che non sa se farsi cadere o tentennando avanzare.’

Lettera ad una Madre

‘Che fare se nel tuo sguardo leggo l’infanzia della mia spossatezza e nelle tue rughe anticipo le mie lacrime? Che fare se malgrado tutta la mia armatura riesci ancora a uccidermi con la sola piega della tua bocca? Ti guardo e mi spezzo. Cerco di baciarti, di parlarti, di abbracciarti e non importa quanto le mie mani ti accarezzino, le mie labbra ti scaldino: sei sempre troppo lontana. Poi torno a casa, mi specchio con in mano uno spazzolino, lo brandisco alla ricerca di una soluzione e tutto che quello che incontro sono la piega del tuo sguardo e l’antico ricordo di una mancanza. Ti ho visto sanguinare da sempre, ho accompagnato le tue parole di sale per tutta la vita e questo ho imparato: a salare le ferite, a rompermi le dita, a chiederti scusa. In te rivedo la mia futura me. E muoio di dolore per noi.’

Lettera ad una madre

Edda e i Suoi Guai

Edda la sentiva, la solitudine, come una dolce silenziosa cappa che la circondava, sopra sotto al centro e che colorava tutto di grigio. Non era antipatica, no questo no, e tantomeno sgarbata. Era silenziosa e mortifera, questo si, ma non è una buona ragione per parlarne male, ormai aveva solo lei. Scivolava sulle ore, inlanguidiva tra gli attimi, cercava affannosamente cose da fare, parole da pensare, libri da leggere. Qualsiasi cosa per sottrarsi al conto dei secondi in attesa del pranzo poi della cena e infine di dormire un sonno senza riposo. Non riusciva a bastarsi davvero. Non poteva bastarsi davvero perchè non l’aveva scelta questa solitudine, le si era semplicemente tatuata nella carne. E ora si chiedeva cosa sarebbe accaduto quando i suoi occhi sarebbero stati stufi di parole scritte. Stava già iniziando la ribellione; il giorno prima le mani si muovevano senza che la testa lo richiedesse, una sorta di rivolta silenziosa ma spaventevole: cercavano pelle, calore, contatto. E stamane si era accorta di avere raccontato ad un centralinista di telecom della prima volta che aveva visto un fiume.. 
Edda la sentiva questa solitudine senza fiocchi né narcisi e aveva paura mentre le sue mani cercavano contatto e le parole uscivano dalle labbra non richieste ma piene di cose da dire, di racconti da lanciare.

‘Edda e i suoi Guai’

Mademoiselle Porcupine

Edda

‘Edda ascolta i teoremi del suo cuore e, camminando rasente i muri, avanza tra la nebbia sperando che smettano di sussurrare le loro verità. Che poi, le loro verità, sono anche le sue ma fanno troppo male, forse ci vuole troppo coraggio. E lei, oggi, ha solo voglia di chiudere gli occhi e piangere uno dei mille funerali di se stessa che ha celebrato negli ultimi vent’anni. E poi, una volta asciugate le lacrime, scalfite le certezze, seppelliti gli sguardi, vocalizzato quell’ossicino che le ostruisce le parole e ferisce lo sterno, una volta fatto tutto questo vedrà di inventarsi qualcosa. Magari un arrosto di pollo con polenta e piselli bruciati innaffiato di camomilla, bombe a mano e un bacio di quelli con la lingua che ti si attorciglia che pare tu voglia entrare nell’anima stessa dell’altro. Magari anche un film sulla fine e sull’inizio poi forse una nuova favola, un paio di decoltes ai piedi e una passeggiata fino alla fine del mondo per poi tornare indietro vittoriosa.’

‘Edda e i suoi Guai’

Mademoiselle Porcupine

Se tiri due Somme.

Lei Chiudeva Gli Occhi

Eccola

Matilda o dell’Importanza di un vasetto di Marmellata

Tutto iniziò con un vasetto di marmellata rotto.

Marmellata di more. Puf!

E la marmellata era in ogni dove della cucina!

La colpevole era  Matilda.

Ella era la servetta del castello, al servizio di Mafalda, Regina d’Oriente, famosa in tutto il mondo per bellezza, esoticità e splendore (lucenti occhi da gatta e capelli di miele). La regina era invero donna dalle strane  e radicate abitudini e convinzioni, come ad esempio il fatto che mangiasse solo Marmellata di More e solo di notte: Era infatti convinta che

per conquistare stati, creare guerre e vincere, lo stomaco deve essere vuoto e libero!

Quel giorno, Matilda era molto stanca (la notte prima non aveva dormito per un attacco acuto di insonnia); perciocchè non era riuscita a prendere in modo corretto il contenitore di cristallo di rocca contenente ben 15 chilogrammi del prezioso cibo. Insomma era una vera  e propria una tragedia.

Dovete sapere infatti che nel regno c’era una terribile guerra, scoppiata per la conquista di un ultimo reame (il reame di Morea) che avrebbe decretato il potere assoluto di Mafalda su tutto il mondo emerso e conosciuto.

Si dava il caso che proprio il reame in questione fosse l’unico produttore della marmellata e, per fare un dispetto alla regina, ne avesse interrotta la vendita e la produzione.

Indi per cui i vasetti (duemila  e cinquecento) di scorta della regina si erano ridotti all’esiguo numero di cinque solamente. Ossia solo cinque notti di cibo per la regnante, ovvero mille punizioni corporali per la ragazza e forse peggio…

Matilda era  disperata, decisamente piangente e così stanca che tra una crisi di pianto e l’altro cadeva addormentata e si risvegliava solo al rumore dei suo russare. E proprio così fu trovata dalla stessa regina quella notte: addormentata sul pavimento con lo straccio in mano nell’atto di pulire.

Mafalda non fu mai famosa per la gentilezza o tenerezza (sinceramente se ne sbatteva altamente di pianti e tristezze varie); era però profondamente sensibile all’argomento cibo, precisamente al SUO  cibo, e alla presenza di sporcizia e affini; quella notte trovò sia disordine che cibo mancante e la sua ira fu immensa e inarrestabile. In un batter d’occhio la fece rinchiudere la giovane nella cella più spaventosa, situata nei sotterranei del castello, e diede la chiave in pasto ai coccodrilli. Matilda si ritrovò a passare le sue interminabili giornate pensando all’uomo che amava disperatamente e cui era fidanzata da soli tre giorni

Oh Morimondo! Mai più rivedrò i tuoi occhi! Oh come vorrei averti accanto!

Per parte sua, il giovane spese tutti i suoi risparmi e quelli di tutti i suoi parenti in tentativi di liberazione armata e, parallelamente, a vagare da avvocato in avvocato; nessun legale però, per quanto famoso, e nessun giudice, per quanto corrotto, poterono nulla di fronte all’ira funesta e indomabile della regina:

Mi ha tolto il cibo, il mio cibo! E io ora le tolgo la vita, lasciandola però vivere e poi che nessuno osi venirmi a dire che non sono generosa!

Nel regno, intanto, grande terrore e stanchezza si diffondevano:

la guerra pareva infinita e nessuno vinceva e tutti perdevano tutto.

Dopo svariati anni, Mafalda finite le sue marmellate da tempo, denutrita (non riusciva a mangiar altro) e disperata, ordinò una pace. Siccome non ottenne risposta, la pretese e quando neanche questo ebbe effetto si mise a supplicarla. Affamata, non ricevendo nè risposte, nè tregue, la regina propose al re del regno nemico uno scambio:

Oh Meliodoro

Io ti consegnerò la fautrice della guerra che ci ha afflitto per anni, potrai farne ciò che vuoi! In cambio chiedo la pace: siamo tutti stanchi…

Come ben sappiamo, la fautrice di quest’empia guerra era  lei e solo lei che ora stava in piedi, di blu vestita, altera, maestosa e magra magra… Ma la disperazione, si sa, acuisce la fantasia e fu così che la regina inventò una meravigliosa spy-story, con tutti i crismi e pure un pò erotica

La causa di tutto ha un nome: Matilda, che ora viene ospitata nei miei sotterranei. Ella era molto povera e  venne nel vostro regno con il desiderio di arricchirsi. Sposò un arciduca, che pugnalò al cuore la prima notte di nozze. Dopo di che si sposò con il figlio del defunto, molto più giovane forte e bello. Non contenta, e sempre più avida, divenne l’amante di un arcimago, cui chiese di farla diventare la regina di tutto il regno. L’arcimago, travolto dalla passione, accettò e stregò le mie marmellate in modo che io, in preda all’incanto, Vi dichiarassi guerra. Il suo piano era semplice: io sarei morta con l’ultimo vasetto di marmellata (che conteneva un mortale veleno) e lei avrebbe preso il mio posto. In tutto ciò non aveva fatto i conti con la sfortuna che a volte punisce gli empi e vanagloriosi. La mia dama personale infatti un giorno ruppe un contenitore della sublime marmellata e fu come se mi risvegliassi da un sonno lunghissimo! Dovete sapere che i vasetti erano tutti collegati in un’unica magia, bastava la mancanza di uno di loro per far svanire tutto l’incantesimo! Così eccomi di fronte a Voi mio Sire a chiedere Perdono…

Il re felice di poter finalmente aver una scusa valida per mettere fine a quella faida lunghissima, disse:

La vogliamo qui: voglio guardarla negli occhi e poi sarà giustiziata! Per la sua sete di potere ha distrutto due regni e mi ha procurato una gastrite perforante!

Si può solo lontanamente immaginare la soddisfatta soddisfazione della malefica regina cui, ora, serviva solo di  far portare la stupida servetta qui! Ahahahaha! Per prima cosa affittò un drago bianco, rubò otto vasetti di marmellata e volò al suo castello. Doveva difatti ritrovare la chiave della cella di Matilda: era questione di riavere il suo cibo e la pace in cambio di quella stupida servetta lagnosa e sbadata!

Giunta  a palazzo, fece chiamare veterinai, maghi centenari e iniziò una ricerca capillare negli stomaci degli oltre centocinquanta coccodrilli che aveva. Erano però ormai passati ormai anni, e gli animali in questione avevano avuto il tempo di compiere tutte le attività digestive necessarie all’eliminazione fisica della chiave.

Allora furono chiamati fabbri da ogni dove con tutti gli strumenti possibili ma non riuriscirono nemmeno a scalfire quella dannata porta, neanche i maghi con l’ausilio di incanti dalla potenza inaudita poterono nulla..

Fino a che non comparve il drago della regina, il quale, infastidito da tutti quei rumori, con un gran boato e una fiammata accecante

distrusse la porta. Fu un trionfo, tutti  erano estremamente felici e saltavano, facevano capriole ululavano..

fino a che lei non uscì dalla sua cella:

allora il  mondo intero si zittì.

Matilda non lo sapeva ma era bellissima.

Non era tanto il volto (aveva un naso un pò storto), o gli occhi (si profondi e lucenti ma di un normale castano), quanto il modo in cui si muoveva, sembrava nata per danzare.

L’incanto di questo silenzio fu interrotto aimeh dall’arrivo di un cavaliere del reame di Morea. Egli era stato avvisato via telegramma dalla regina stessa -che da palazzo aveva assistito alla liberazione- di venirsi a prendere la criminale, la quale fu issata sul drago- carrozza quasi fosse un sacco di patate andate a male. Il viaggio durò due settimane; lasso di tempo in cui il giovane non rivolse mai parola alla ragazza.

A questo prorposito infatti  il cavaliere aveva avuto ordini precisi dal re:

Maudenzio mi raccomando. Non Rivolgerle parola: è una donna cattiva e magica. Ti ridurrebbe in nulla. Lei è la causa della mia ernia da stress post guerra!

Proprio per evitare ulteriori attentati alla sacra corona reale, quando arrivarono al castello, Matilda fu rinchiusa in una torre altissima per svariati mesi: nessuno poteva parlarle. Accidenti, la ragazza non ne poteva più!

Uffa! Che noia! Uccidetemi subito e facciamola finita che mi sta venendo una allergia da torre! Odioo la mia vita!

In realtà però la giovane non fu mai sola; i giorni pari difatti  il principe, Malbeggio, andava a trovarladapprima per capire che mente perversa potesse esserci dietro quel volto, poi sperando che quella mente perversa volesse passare con lui una notte d’amore  ed, infine, perchè se ne era perdutamente innamorato!

I giorni dispari, invece, era Maudenzio (eh si proprio il cavaliere scortese che l’aveva scortata!!) a farle visita, perchè gli dispiaceva di lasciarla sola e perchè forse un pochino gli piaceva ma forse era solo pena, insomma lui per primo aveva le idee confuse anche se, quando la vedeva sentiva un friccicore alla punta dei piedi che.. ma no! Non era possibile… o forse si?!

Ciò non si seppe fino a quando il re non decise di farla decapitare.

Allora il principe e il cavaliere ad alta voce e all’unisono dissero che se questo doveva accadere, allora che accadesse anche a loro! Il re, la regina, la corte tutta, sconvolti e senza parole, cercarono di capire, ascoltarono, controbatterono, chiamarono il più famoso team di psicoanalisti del regno, ma a nulla servirono questi e altri tentativi.. Entrambi erano determinati a salvarla e poi alla fine ci si mise pure la regina madre!

Ella infatti, per parte sua, minacciò il re di un divorzio storico che gli avrebbe tolto anche i reali slip se non avesse accontentato il reale figlio.

E così fu. Il principe fu accontentato ma non si trattò di un amore andato a buon fine e non ci furono campane a matrimonio..no, perchè c’era un ostacolo…

L’ostacolo era che lei, Matilda, era ancora innamorata di quello che ormai più di otto anni prima era stato il suo fidanzato per soli tre giorni. Che fine aveva fatto? Dov’era? E come poteva cercarlo ora che aveva un principe e un cavaliere ai suoi piedi? che non la mollavano un secondo? Che parevano due cozze patelle attaccate alle sue gonne!

Fu così che decise di dire loro la verità, ovvero che non li amava e che andava a cercare l’uomo cui aveva pensato per tutto quel lungo tempo e, che se volevano, che la rinchiudessero, subito, ora!

Ma loro, piangendo e singhiozzando come foche in agonia, dissero che andasse  pure e che fosse felice e che se lui non la voleva loro erano lì ad aspettarla. Lei andò. Corse invero. Appena giunta in quello che era stato il suo reame, si diresse verso la casa del giovane, con il cuore in gola, lo stomaco annodato in mille modi, la testa piena di bolle d’aria e la paura-terrore che lui l’avesse dimenticata, si fosse sposato, avesse avuto dei figli, che la cacciasse… Per parte sua, Moribondo appena la vide, urlando il suo nome le corse incontro, l’abbracciò e baciò:

Ti ho aspettata.

Sono tornata.

Quel giorno stesso, i due giovini partirono alla ricerca di un altro reame e di una nuova vita. Trovarono entrambe le cose e furono felici. Ovviamente per sempre.

Ma la regina cattiva e golosa? Che fine aveva fattooo??

Mafalda felice come non lo era mai stata la notte del trasferimento di Matilda, tentò di divorarsi tre vasetti da cinque chilogrammi di marmellata..ma..non potè. Dopo i primi cucchiai infatti iniziò a sentirsi confusa e instabile. Spaventata fece chiamare medici, stregoni, maghi e alchimisti, e ognuno di loro la stessa sentenza emise: diabete! Non avrebbe più potuto mangiare zuccheri.

Di fronte a tale notizie la regina, disperata e piangente, fece accorrere al suo capezzale il più grande, famoso e vecchio mago del mondo, cui, dopo molti pensamenti, chiese di essere trasformata in una pianta di more, l’unica cosa che avesse mai davvero amato in tutta la sua vita.

E il Principe?

E il Cavaliere?

Entrambi non si sposarono mai e passarono la vita insieme (si trasferirono nel castello di Mafalda, dove, nel tempo libero, allevarono coccodrilli e curarono la meravigliosa pianta di more situata nel centro del castello).

Il Principe passò il tempo a dipingere ritratti di Matilda (sempre più belli e sempre meno veritieri), mentre il cavaliere a scrivere lunghissimi e assurdi poemi di amore dedicati solo alla giovane ex galeotta.

Girano voci secondo cui sembra che verso la fine dei loro giorni scoprirono di amarsi perdutamente. E anche loro furono amati e decisamente felici.

Mademoiselle Porcupine

Mademoiselle Porcupine

Hildebranda o Della Passione. Qualunque essa Sia.

C’era una volta una principessa di una bellezza sensuale e sconvolgente.

Il suo nome era Hildebranda.

Ella era così attraente e sensuale da non poter neanche fare una passeggiata senza essere essere assalita da qualunque uomo la vedesse! IL malcapitato infatti appena ne scorgeva le movenze veniva afferrato-assalito da un tale desiderio di possederla e diventarne lo schiavo che le correva incontro e iniziava a parlare con la lingua dei poeti. E così era ogni volta ma non durava a lungo aimeh! Bastava infatti che lei alitasse un ringraziamento o il suo nome perchè il giovane -o vecchio o maturo o bambino- cadesse in un sonno profondo e disgustato per il resto della vita. Tutta colpa dell’aglio!

Eh sì, perchè la nostra principessa estremamente irresistibile adorava l’aglio e non poteva fare a meno di mangiarlo: ne mangiava di continuo tanto che gli effluvi uscivano addirittura dal castello. Gli effetti erano sì tanto tossici da aver creato un regno di sole donne – le femmine si sà, hanno una resistenza maggiore e poi volete mettere un regno di libertà assolute dove puoi sparlare parlare litigare fare pace e colloquiare come vuoi perchè tanto hai davanti a te alter femmine squilibrate e non maschi monocellullari che hanno bisogno della spiegazione del singolo comment perchè mai ‘na volt ache ci arrivino a capire???.

 Il problema dell’odore, del regno di sole femmine etc non era tanto delle alter ma della principessa che sembrava destinata alla verginità a vita. Le sue damigelle o vassalle o contadine infatti potevano espatriare per sempre o per frequenti vacanze sentimental-sessuali.  Nessuna però decideva per l’espatrio poichè amava la libertà  e le possibilità che ne scaturavano, a meno che non subentrasse la decisione di un matrimonio, che portava la giovane a lasciare il reame. Beh la nostra Hildebranda non poteva manco questo: lei manco una gitarella poteva fare; non accadeva mica che il suo alito per magia si depurasse superati i confini! Figurarsi, mica viveva nelle favole, lei!!

La sofferenza e la vergogna della principessa non attenuavano però la sua passione per l’aglio e anzi più soffriva  e più ne mangiava!

Accadde conil tempo che la sofferenza diminuì sempre più fino a diventare un piccolo ricordo ridicolo e buffo.

Il giorno in cui la giovine pensando alla tristezza provata ne rise, capì che ora iniziava una nuova vita e che il suo diritto e dovere era di essere felice. Per editto reale ordinò che l’intero regno fosse coltivato a aglio e mise in piedi una prolifica azienda di produzione e vendita al dettaglio di questa profumosa radice. 

Questa è la favola di una principessa che è ancora in vita (sono conosciute in tutto il mondo le virtù medicamentose e antibiotiche dell’aglio), sta bene senza un uomo e che fa ciò che più ama. Ordunque incredibilmente felice  e soddisfatta.

P.S: le dettrattici della suddetta vanno in giro a dire che non è vero e che basta sentire le sue sfuriate isteriche o i peli nel naso per capire che non è così felice..ma lei dice che sì invece. E noi abbiamo deciso di crederle. Ci sarà tanto sempre qualcuno che vede più in là o più in quà e a nostro avviso una persona ha il diritto di raccontarsi la propria favola: vera o meno che sia.

Irma

Irma la dolce

Ecco a voi signori e signore l’ultima femmina della stirpe delle principesse di italica discendenza.

Il suo nome è Irma la Dolce; sue caratteristiche sono il silenzio, la meditazione e il profumo di miele e magnolia, una donna incantevole che non parla, non fa rumore ed è persino abituata a lavare i piatti.

Come dite? Che non è da principessa? ma che dite?

lrma, che la fata turchina la protegga, è stata maledetta dal vecchio spirito dei Baobab appena nata quando sua madre per un bisogno impellente fece pipì sulle sue radici. La rabbia del Sacro albero fu così inarrestabile che i regali genitori dovettero nasconderla in una torre con una vecchia badante. Fin qui signori e signore si tratta di normale amministrazione per una principessa. Poi però. Poi il re, estenuato dalla moltitudine di fatture e incanti che arrivavano a palazzo per colpa del comportamento poco decoroso della regale moglie, chiese il divorzio; un divorzio lungo ed estenuante, una furiosa furia che tolse ad entrambi il ricordo della figlia.

Ed eccomi qui ora! Io Imeldo de Imeldis la salvai dalla sua torre, la cibai e ora chiedo a voi delle donazioni per comprarle un piccolo castello e farla vivere come una principessa o almeno una borghesuccia con 2 stanze e 3 bagnetti. Allora signori e signore? Che facciamo? Diamo a Irma la sua favola?

Ah e se poi conosceste un qualche principe in cerca di donzella e avventura, beh raccontategli di Irma e se avesse bisogno di una torre e un drago per rendere l’incontro più romantico e sentirsi un principe vero, non c’è problema. La torre c’è, il drago lo affittiamo.  

Che dite?

Avete ancora il coraggio e la forza di credere nelle favole?

 

Irene

Irene o dell’Acrobazia

C’era una volta una Bambina Acrobata, il suo nome era Irene.

 Ella viveva con la nonnna ai limiti di una grande foresta. Suo passatempo era saltare di albero in albero quasi volasse, faceva salti altissimi e lunghissimi e si narra che una notte con un balzo sfiorò una stella.

L’agilità l’aveva ereditata dalla madre, Imelda la grande acrobata circense, mentre il coraggio, la volontà dal padre, Irmanno il più famoso mangiafuoco del mondo.

Un padre che aveva amato troppo gli applausi, la fama e il successo, e che sopra tutto aveva provato un terrore agghiacciante all’idea di ritirarsi dalle scene per gestire una famiglia e vivere con la suocera, oltretutto! Un padre che ad un certo punto salutò la moglie tra le lacrime , dicendole che l’amava ma lui non poteva proprio farci nulla, che la vita a volte non è adatta a tutti e che piuttosto che farla soffrire con la sua vicinanza preferiva soffrire lui andandosene per lasciarla libera di trovare qualcuno di più adatto ad una vita anonima, sedentaria e bla bla bla…

Un padre cui la madre, Imelda, rispose con occhi asciutti, profondo schifio e un unico gesto: un fortissimo calcio, che lo catapultò definitivamente fuori dalla casina e dalle loro vite.

Purtroppo però anche Imelda era una creatura dello spettaccolo e quello le mancava.. Fu così che trasmise alla bimba tutte le sue conoscenze sull’arte dell’acrobazie e dopo nove anni la lasciò alla nonna, perchè la bambina meritava amore e fedeltà e lei non era in grado di darle nessuna delle due cose: lei aveva bisogno dei rulli di tamburi e delle corde, dei salti e degli applause e ogni gioro senza questo era l’inferno.

La bambina malgrado tutti questi abbandoni crebbe felice con la nonna che amòe da cui fu molto amata, ovviamente.

La nonna, donna decisa e dalla tempra di acciao, accorgendosi che l’età avanzava e che perdeva letteralmente I colpi (aveva sì bisogno di un pensionamento!) decise che era venuto il momento di trovare il padre della giovane nipote. Egli aveva abbandonato la bimba troppo presto per rendersi conto di quello che aveva fatto, ed era or ache lo capisse, per le Sante Caprette di Eustacchi!

Fu così che un giorno tra il 13 e I 16 anni della nostra eroina, la nonnina vendetta la casina nel centro del bosco, comprò quintali di pane, un somaro e un intero guardaroba invernale per un viaggio intorno al mondo alla ricerca di uno sputafuoco incallito, arrogante e sensuale.

Per parte sua la giovane acrobata non era molto felice: lei amava quella foresta e sopratutto non voleva cercare qualcuno che l’aveva abbandonata, ecco.. non le importava quello che diceva la nonna

 -Tesoro non è che non ti ha voluto, semplicemente non sapeva ciò che ha perso. Un pò come  quando vedi una piccola pietra sporca color ocra e .non sai che è oro fino al momento in cui ti metti a pulirla e lucidarla. Non si è preso il tempo! Proviamo a vedere.. se poi non ti piace ce ne andiamo e troviamo un posto più vitale di questo, che hai bisogno di scuole e amici. Mi sbagli ancora I congiuntivi!

No. A Irene non importava, suo padre l’aveva abbandonata e la madre pure! Tutto quello che aveva saputo fare lei era stato insegnarle  a toccare le stelle e poi un giorno se ne va. Così di botto! E su una stella magari così per trovarla chissà quanta fatica! senza neanche chiedersi se sua figlia potesse aver bisogno di lei…*[1]

Tutta questa rabbia esplodeva nelle sue avrobazie: faceva salti ogni volta più alti, camminava su fili sempre più sottili, e le  capriole in volo erano sempre più complesse… Situazione che non faceva altro che giustificare ancor di più la ricerca della nonna.

All’incirca dopo un mese di viaggio, le nostre eroine si ritrovarono in Bulgaria, precisamente di fronte al tendone del circo di Ilmona, famoso in tutto il mondo per la mirabile preparazione degli sputafuoco. Quivi esercitava l’ultimo insegnante di  quest’arte volubile e meravigliosa, nonchè maestro e guida spirituale di suo genero: Sua Favoleggiante Lucentezza Inchiodato.

Ormai vecchio l’uomo soleva dormire per 4 ore ogni pomeriggio, in modo da riuscire poi ad apprezzare lo spettacolo dei suoi allievi, annotare i loro sbagli e/o salvargli la vita se necessario. L’autocombustione difatto era un sì grave problema per alcuni alunni magari molto svegli ma decisamente troppo arroganti.

Le due viaggiatrici quindi dovettere attendere il “dopo spettaccolo” per poter parlare all’uomo. Videro cose mai immaginate, Irene fu colpita da tanta professionalità e precisione, la nonna fu travolta dalle emozioni; uscirono da quel tendono con l’impressione di aver visto gli angeli volare, gli dei giocare con i mille fuochi del centro della terra e con la certezza che la magia esiste ed è colorata e profuma di lampone.

Tramortite, furono condotte in una tenda immensa color blu oltre-cielo e si trovarono faccia a faccia con un vecchio dal volto di carta impecorita, ricoperto di lineee verticali ma dalla possente voce

“Ditemi giovani donne”

La nonna di Irene subito gli chiese se sapeva dove si trovava Irmanno al che il mago, confuso e rattristato d’un colpo…

”Ma come? non lo sapete? Il mio diletto-preferito-adorato allievo, mio prosecutore..em…eh.. voleva rinunciare a tutto! TUTTOO! Per tornare dalla figlia, poichè non riusciva a sopportare il pensiero di averla abbandonata. Ma, proprio la sera del suo ultimo spettacolo, ha sbagliato la direzione del getto di fuoco e ha incendiato la sacra mucca adorata dal principe di tutte le russie! Al che è stato imprigionato e non siamo riusciti in nessuno modo a liberarlo. E’ costretto ai lavori forzati in  una buca al centro della siberia alla ricerca di inesistenti giacimenti di diamanti!”

Irene felice –“oh allora papà non mi aveva dimenticata!”-, triste e arrabbiata –“ma perchè prorpio ora!”- decise che si. Lo voleva liberare lei. E l’avrebbe fatto. Si alzò in piedi e uscì dalla tenda.

La nonna, decisamente stanca, aveva capito i pensieri della nipote  e, pur desiderando di farla ragionare, rimase seduta lì; doveva lasciarla libera anche di soffrire..e poi non ce la faceva più! Aveva un’età e aveva bisogno di un vero letto e di una minestrina per sera, le sarebbe stata solo di peso..

Irene dal canto suo già aveva dimenticato di avere una nonna, di essere ancora piccola, di non sapere dove fosse la Siberia.. aveva dimenticato ogni cosa tranne che aveva un papà che stava in pericolo. Concentrata su questo unico pensiero iniziò a camminare..

Dopo poche ore era fuori dal paese  e fù in quel momento che imparò una lezione fondamentale se si vuole essere un’eroina: 

avere sempre un piano o almeno prepararlo, per le Sante Caprette Friciricchie: p.r.e.p.a.r.a.r.l.o!!

Non è che uno può iniziare a camminare e ogni tanto chiedere una qualche indicazione e arriva dovunque! La vita è diversa accidenti! Ci si deve organizzare magari facendo anche una patente con annessa macchina o comprando dei biglietti di treno o portandosi una piantina del mondo intero! Che fai vai in giro e chiedi dov’è la siberia?? o chiedi passaggi alle formiche, visto che non c’è nessuno nei paraggi? Furono momenti di estremo scoramento fino a che non capì ciò che doveva fare: saltare di albero in albero per raggiungere stelle minori perchè si sa che dall’alto la vista è sempre migliore, no?

Saltando sempre più in alto riuscì a vedere il luogo che cercava e a orientarsi! Riconoscerlo era facile per via dei ghiacci e per la fila di uomini che scavavano nel terreno; si trattava infatti di una fila di genti così lunga che la si poteva vedere fin dalla luna!

Irene amava saltare di ramo in ramo e poi sempre più in alto fin alle stelle, adorava salutare le nebulose e lavarsi i denti davanti al sole che sorgeva; tutto questo le dava così tanta gioia che i tre anni che impiegò per giungere dal padre volarono e anzi l’arrivo nella terra dei ghiacci perenni la sorprese alquanto! Che posto freddo! Che brutto! Neanche un albero!

La ragazza ne fu davvero delusa perchè malgrado anche dall’alto si vedesse che non aveva nulla fuorchè neve..lei..si ..insomma lei ci sperava in uno o due alberelli!

Comunque il suo scopo era altro e iniziò il lungo tragitto alla ricerca di Irmanno; in verità  non fu affatto difficile trovare l’appostamento dei prigionieri, ovunque vi erano indicazioni e frecce indicanti le varie prigioni e miniere.

Dopo settimane di cammino tra gendarmi basiti e ufficiali di marina incattiviti, giunse al luogo e preparò il suo piano: semplice diretto e veloce.

Punto 1. affittare aereoplano

Punto 2. rapire il padre alle ore 5.00 del mattino, orario di colazione e momento in cui i gendarmi sono distratti dalla consegna della confettura di marmellata

Punto 3. tornare a casa

C’era solo un problema:

dove affittare un aereoplano!? con che soldi?! dove trovare qualcuno che lo sappia guidare??!!

”Insomma non ho viaggiato per tre anni, per poi arrendermi! Troverò il modo!”

Armata di coraggio e volontà si diressse verso l’unico pub dell’intera regione; colà entrata si avvicinò al barman –un attore in disgrazia con lo sguardo di un lemure in agonia- e gli chiese se conosceva un pilota di aereo.

”Uno bravo. Anzi bravissimo.”

L’uomo le rispose che sì, uno c’erà… “Iulio, lo trovi tra le cinque e le sei del mattino.”

Ora non doveva far altro che aspettare… e aspettare e ..finalmente alla 12sima birra e all’ottavo rum cubano di esportazione lo vide entrare e svenne. Ehm.. il coma etilico esiste anche nelle storie di eroine che salvano I padre , mica scherziamo qui. Siamo pur sempre in Siberia.

Si risvegliò in un posto caldo, in un letto di rame, davanti ad uno sguardo azzurro, adirato e indagatore

”Aih che male alla testa… mi fanno male persino i pensieri..mamma mia che rumore che fanno!! Che ci faccio qui? Chi sei?”

”Sei svenuta. Mi hanno detto che mi cercavi e che balli bene sui tavoli ma non penso che mi cercassi per danzare. Sei svenuta appena sono entrato, quindi ti ho raccolto e ho pensato di portarti in un posto dove potessi dormire. Ho pagato il tuo conto, non avevi un soldo. E quello che hai ora si chiama: il mal di testa da post sbornia.”

”Mi chiamo Irene e sono un’acrobata. Sono venuta qui per liberare mio padre dalla prigionia. E sì, non ho un soldo. E no, non sapevo di saper ballare sui tavoli. Io volo ma non so guidare un aereo e ho bisogno di te. Non posso pagarti ma posso lavorare per te fino a che non estinguerò il mio debito…Mi aiuti?”

“…….”

“…….”

“…….”

 “Guarda che se è un no quello che mi devi dire basta dirlo! Ho sempe odiato aspettare!!!”

”Si. Ti aiuto. E no, non avrai debiti con me.”

Irene allora scoppiò a ridere perché sentiva come un fiume dirompente dentro l’anima e farfalle nello stomaco, pensava fosse il sollievo, l’illusa. Non aveva infatti capito che si era appena innamorata. Lui pure. Non aveva capito, lo stolto.

Passarono il giorno a progettare il rapimento di Irmanno.

Il mattino dopo entrambi agitati presero il volo verso il giacimento e attesero che si formasse la fila per la triste colazione.. Eccolo! Il padre della giovane era il trecentocinquantesimo sul lato sinistro e sembrava così triste .. Una volta individuato, rimaneva solo di prendere la mira, volare fino a lì, allungare la mano, prenderlo e caricacarlo sull’aereo!  Ovviamente, evitando gli spari e le cannonate dei soldati!

Ma si sa che se ci si pensa troppo alle cose, poi non le si fanno più e allora partirono senza una parola. Nel tempo di un attimo e un sospiro Irmanno era sull’aereo e loro erano circondati da palle di cannone e pallottole

”Irene, cuore mio! Oh quanto ho desiderato di  vederti! ma come è possibile che tu sia qui? e come sei bella..! e tua madre? ..figlia mia forza raccontami la tua vita!!”

Parlarono tantissimo, piansero ancor di più mentre Iulio evitava missili e pallottole. Parlarono così tanto e così fitto, così felici e così curiosi l’uno dell’altro che non si accorsero subito del silenzio e del clima più mite e del verde che li circondava se non molto tempo dopo.

Erano infatti atterrati in una meravigliosa radura verde, bagnata dal sole e circondati dal silenzio.

Genitore e figlia ringraziarono il giovane aviatore e lì si salutarono, ognuno per la sua strada.

In verità non è che la giovine volesse proprio proprio salutare il loro salvatore e tantomeno non è che Iulio volesse proprio andarsene e abbandonare Irene al suo destino.. A volte però ci ritroviamo a fare esattamente ciò che non vorremmo.

Fu così che i due giovini lì uno di fronte all’altro, con un papà tra i piedi, senza potersi dire ciò che volevano non riuscirono a far altro che dirsi…

”Allora ciao…”

”Ciao…”

In capo a  due giorni Irmanno e la giovane figlia erano al circo di Ilmona dove si riunirono alla nonna.

Quest’ultima in tutto questo tempo mica se era stata con le mani in mano, proprio no! Era diventata la cuoca del circo, si era fidanzate con Inchiodato e mai era stata tanto felice. Tutti erano felici tranne Irene; lei infatti sentiva uno strano strappo al cuore, come se gliene avessero tagliato via un pezzettino. Passò giorni e giorni chiusa nella tenda del padre a piangere e a pensare-odiare Iulio che non riusciva a togliersi dalla testa come fosse un’ossessione. A nulla valsero le parole, le promesse e gli sforzi di ogni componente del circo. A nulla.

Poi un giorno un rombo di motore e un sorriso irrupperò nella tenda della giovane svegliandola e rendendola felice per sempre e anche di più se possibile: Iulio era venuto a prenderla o forse per rimanere lì, quello lo avrebbe dovuto decidere lei.

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[1] *Narra la leggenda che Imelda, tre giorni dopo aver abbandonato la figlioletta, in un esercitazione fece un salto molto molto forse troppo alto. Tanto alto che non venne più ritrovata. C’è chi sostiene di averla veduta scomparire dentro una stella.

C’era una volta….

’ C’era una volta una giovane femmina, che nascondeva dietro folte ciglia l’insopportabile paura di non essere abbastanza. E come tutti gli esseri umani che hanno paura di non farcela, lei, la nostra eroina, si accontentava di piccole briciole, di sassolini abbandonati, di sguardi tagliati e ci costruiva castelli, strade palazzi… Ed eccola allora indossare un abito troppo largo, vestirsi con scarpe abbastanza basse da non superare mai il livello medio di anonimia, nascondere le mani nelle maniche, e sorridere mesta, ridere di fronte alle critiche e riempire un vuoto frustrato con bignè al cioccolato. Insomma quello che mille e mille persone fanno ogni giorno, chi per il motivo giusto e chi per il motivo sbagliato. Che poi che vuol dire sbagliato? Sbagliato lo diventa solo quando si fa qualcosa contro natura. E dovete saper che per Efigemia, così si chiamava la nostra splendida femmina contusa e confusa, era sbagliato. Era sbagliato perché Efigemia voleva fare la rockstar, voleva sentire il rumore della folla sotto i piedi, voleva vestirsi di lustrini e mettere scarpe troppo alte, sorridere che manco un faro della mercedes e urlare le sue parole. Ma la nostra eroina aveva un problema: oltre ad essere stonata, essere un perito aziendale, non sapeva neanche scrivere né disegnare e tantomeno suonare anche solo un campanello, non credeva in se stessa. Che fare quindi? Eh nulla, cosa vuoi fare? ti accontenti. Poi un giorno di fronte all’ennesima luna scialba capì che lei queste lune scialbe non le voleva più vedere, che sì, sicuramente, la rockstar forse non sarebbe riuscita a farla ma che poteva almeno fare qualcosa di meglio per sé e questo pensiero crebbe dentro lei giorno dopo giorno fino a che non riuscì più a contenerlo nel suo corpo e la potenza di un pensiero si mise in atto. Furono piccoli cambiamenti come un paio di decoltè tacco 11, una giacchetta di lustrini il sabato, un mascara per fare spazio agli occhi, un risata di cuore, un rossetto rosso fuoco, un commento sagace al posto del solito silenzio, qualche frase che divenne un racconto… Piccoli cambiamenti dell’anima che divennero carne e colore e umore e odore. E dopo molto tempo, perché i cambiamenti necessitano tempo, tanto tempo amici, Eufigemia decise che era ora di rischiare. Questo avvenne qualche giorno fa, troppo presto per parlarne, per rovinare l’azione con l’energia che va tenuta dentro le membra per dare forza allo slancio. Questo ve lo racconterà lei tra un po’. Il tempo del coraggio e del rischio ha il diritto del silenzio che si dedica ad una preghiera. E noi, ora non possiamo far altro che trattener il fiato, concentrarci sullo scatto del muscolo per vederla prendere la rincorsa e provarci. ’

Orietta o dell’incomensurabilità del doppio

Lei chiudeva gli occhi e immaginava di essere qualcos’altro, qualcun altro. E fin qui nulla di male, il male arrivò quando si accorse che viveva due vite. Una era la vita quotidiana in cui faceva scorrere i giorni come un rosario imparato a memoria, una pura meccanica fisiologica e l’altra, l’altra era la vita che voleva, che anelava, ed era come mille fuochi di artificio che esplodono nel cielo e tramortiscono e incantano. Peccato che questa “altra” vita si svolgeva solo dentro di lei, quando chiudeva gli occhi e tutte le sue energie i sogni e i desideri e la forza creatrice erano consumate dai suoi sogni. Nella vita vera invece, quella fatta di sangue e carne non rimaneva spazio per nulla altro che meccanica senza fantasia. Ecco perché lei dentro era una regina acrobata ma fuori solo una piccola grigia personcina che si muoveva in un groviglio di stradine.

Bocciuolo e Il Giardiniere

Venne un momento nel pease di Beremediontes in cui gli amatissimi regnanti furono stroncati da un infarto. Un infarto fulminante. Effettivamente essi erano stati maledetti da una strega cattiva cattiva, Biada, qualcosa come cinquant’anni prima ma  la donna era dislessica e daltonica quindi potete immaginare che i suoi incantesimi non erano proprio precisi. Insomma lei maledì i due regnanti per la classica questione di cuore (lei ama il re, il re ama la regina e sì potrebbe anche tradire la regina ma per una velina non per una strega con un porro grande come una granata sul labbro), e loro muoiono dopo 50 anni. Si potrebbe quasi pensare che morirono di morte naturale. Biada comunque non c’è più per chiederle spiegazioni, fu bruciata da un fulmine durante un incanto di vendetta contro un mago: aveva invertito per errore le parole dell’incantesimo.   

Una volta morti i sovrani, il regno passa alla figlia, Bocciuolo, il cui unico interesse è ammirare TUTTO IL GIORNO il giardiniere di palazzo. Nessun altro interesse e infatti il regno se ne accorse e pure il giardiniere.

Lei crede di aver capito Tutto.

Renata e le Emozioni

Renata era come un fiore che pareva scolpito nella terra, inamovibile eppur mutevole, era a volte contenitore, altre contenuto. Ella era famosa in tutto il Regno perché riusciva a comprendere i dolori delle genti e proprio per il desiderio di aiutare  e alleviare il fardello di coloro che soffrono, ogni giorno dalle otto del mattino alle otto di sera accoglieva chiunque avesse bisogno di parlare, confidarsi, chiedere aiuto nella sala centrale del trono, poiché Renata aveva capito che  avolte le persone hanno semplicemente bisogno di un ascoltatore per non sentirsi soli e poter andare avanti. Solo che. Solo che un giorno tutte quelle parole, tutte quelle aspettative, tutti quei volti furono troppo.

Certo, lei non se ne accorse subito, l’unico indizio fu che iniziava a trovare troppo scomoda la grande, alta sedia imbottita che utilizzava; il fastidio, la scomodità si palesarono con una strana sensazione di fastidio lì, si proprio lì: al sedere. Dopo una settimana quel fastidio diventò dolore e dopo una settimana ancora, quel dolore divenne IL dolore: così insopportabile da spezzarle il pensiero. Ovviamente chiese aiuto a maghi, incantatori, amici, stregoni e, si certo, ricevette creme, pozioni, unguenti portentosi MA NULLA servì.

Poi una notte sognò che un drago la assediava e tentava di ucciderla e la sua arma mortale era un unico urlo agghiacciante: “aiutami”. Ne fu terrorizzata a tal punto da risvegliarsi di botto e nel momento in cui spalancò gli occhi, un fugace pensiero la colpì così come la carezza di una piuma: capì che quel dolore che la assediava, che non le dava respiro, che le stava rendendo impossibile sedersi, quel lacerante urlo erano i suoi desideri, le sue stesse parole mai ascoltate, mai realizzate, che era lei ora ad aver bisogno di aiuto. Se il dolore del suo corpo era così forte, portentoso e acuminato, quanto doveva essere brutto e temibile il dolore del suo cuore? Quella notte la nostra Renata iniziò  a guarire, perché pianse per se stessa, per un cuore che non riusciva a parlare, per dei desideri sepolti, per delle parole ammuffite e iniziò il cambiamento: ora doveva curare se stessa.

Ora lei è più felice, o meglio inizia a capire cosa vuol dire essere felici, certo ci vuole ancora del tempo e tanta fatica per imparare alcune cosine, ma ci sta provando. Ci sta provando duramente.

Perché amarsi costa fatica se non ci sei abituata.

Mannaggia.

Gioacchina La Procace

Un giorno di pioggia un giovine ardimentoso e indaffarato incontrò una giovine procace e altrettanto ardimentosa, tanto ardimentosa che, appena lo vide decise che lo voleva e cosa c’è di meglio per prendersi ciò che si apprezza se non dirlo chiaro e tondo?!

“Eih tu strepitoso come ti chiami? Io sono Gioacchina Principessa dei 2 Regni e Mezzo. E tu? Non ti ho mai veduto in giro. Stasera le mie dame di compagnia, Gina e Gigia, mi hanno organizzato una festicciuola intima nel castello di Genova, hai presente? Quel colosso che si vede da tutte le strade? Non è che ti andrebbe di venire?”

Il nostro ardimentoso, preso alla sprovvista, intrigato e piacevolmente sorpreso che una principessa tanto bella a lui parlasse, dopo un attimo di sgomentato silenzio accettò:

“Em, grazie. Il mio nome è Giuseppe, sono il cavaliere errante del Regno di Genere. Effettivamente è un po’ che non vado ad una festa e mi piacerebbe proprio. Ora vado che mi hanno detto che c’è una donzella su una torre infuocata e temo di essere l’unico in grado di salvarla.”

Ovviamente quella sera si videro, parlarono poco e si baciarono molto. E poi più nulla, perché si sa che spesso ciò che si ottiene facilmente non viene apprezzato abbastanza e fu proprio un peccato perché se si fossero dati una possibilità la loro sarebbe stata LA storia d’amore per eccellenza.

Accadde invece che Giuseppe, qualche tempo e un centinaio di torri infuocate dopo, conobbe una panettiera riottosa e timida mentre Giuseppina incontrò  e perse la testa per un macabro, misterioso e silenzioso Arciduca.

Fu così che entrambi vissero, tra alti e bassi, in luoghi differenti, un poco felici e un poco scontenti perché non tutto quello che sembra complicato e difficile poi da davvero al felicità. Ma ci fu un poi e vi basti sapere che dopo quel “poi” furono finalmente contenti e pure, sì, pure felici e magari insieme, perché no?

Saluzza e L’ascolto ossia di come si può amare un Salvatore Qualunque.

A volte si guardava in giro e sgranava gli occhi perché quello che pensava di vedere non era MAI quello che vedeva. Quello che vedeva erano tuoni quando si aspettava fringuelli cinguettanti e raggi di sole, urla e strepiti invece di sorrisi e carezze, fulgore al posto di rasserenante azzurro.. Saluzza era così: non sapeva leggere i segnali del mondo.

Il mondo la feriva con la sua concreta furia come un coltello in pieno sterno e la lasciava tramortita lì, immobile a chiedersi come mai, cosa era successo, perché lei non lo aveva capito. Si dà il caso che la nostra giovane femmina fosse bella, sensibile e intelligente ma la sua sensibilità, la sua “animalità” non erano in accordo con la sensibilità di chi aveva di fronte, era come se lei ascoltasse una sua propria musica e sulla base di questa giudicasse e agisse nel mondo.

A Saluzza piaceva Salvatore: uno non più bello della media, non più intelligente della media, decisamente logorroico ma così logorroico che le piante gli morivano tutte per suicidio assistito (assistito dai suoi fiumi di parole), a 38 (t.r.e.n.t.o.t.t.o.) anni ne dimostrava intellettualmente venti anno più, anno meno, uno che aveva un rapporto d’amore viscerale solo con il suo accendino e con facebook. Insomma, diciamolo chiaramente, il classico uomo inutile e pure un poco palloso ma a Salluzza piaceva e le piaceva così tanto da vederlo Intelligente, Maturo, Profondo, Interessante eccetera eccetera. Insomma lei lo sospirava e adorava e lui godeva della sua adorazione, la stordiva di parole e poi si dava alla macchia (che per il sano sesso aveva altri giri, la volpe), lui cercava ascolto e Samba mentre lei voleva Pensiero e Tripudio di Armonie in do Minore. Avveniva così che lei interpretasse gli umori di lui come intemperanze date da un momento difficile, come riflessioni di un’animo tormentato mentre lui semplicemente si limitava a continuare vivere come voleva e sapeva.

Avvenne così che un giorno, Salvatore le scrisse una missiva in cui chiaramente e al di là di ogni possibile dubbio le faceva chiaramente capire che no, altro che animo tormentato, lui non voleva impegni, non voleva l’amore o meglio forse lo voleva ma non ora e non da lei, adesso lui voleva solo correre felice da fiore in fiore e godere del favoloso frutto dell’amore libero e passionale. Perciò “ciao e stammi bene”.

Dolore Agonia e Ineluttabile sensazione di essere proprio una pirla si impadronirono di lei. Io ero d’accordo soprattutto sull’ultimo punto. Ma non è che l’esperienza le srvì a molto, perchè sì, lei piangeva di frustrazione, di rabbia, di smarrimento e ti spezzava il cuore ma non capiva.

Saluzza non capiva che il mondo per capirlo bisogna ASCOLTARLO. Che l’amore, la parola non è teoria: è carne e certamente brucia, fa male ma fa anche bene e cura se ci si mette in gioco.

Ma la vera verità è che a lei non interessava. E’ faticoso giocare davvero, meglio rimanere delusi e continuare a raccontarsi la propria verità, meglio non rischiare, meglio cantarsi la propria sonata e poi rovinare a terra piangenti, perché questo dolore non sarà mai forte come quello che si prova se ci si mette davvero in gioco. Questo pensava Saluzza, in fondo a se stessa in quell’angolino in fondo allo sterno che la faceva agire. Lei era un’esteta e del mondo voleva solo un’impressione, voleva la sua personale favola e la sta ancora cercando.

Al moment, infatti, frequenta 4 (q.u.at.t.r.o.) volte la settimana lo stesso psicanalista di Woody Allen, ma purtroppo lei non è manco una registra, però sta pensando di diventarlo: insomma se non capisci il mondo allora lo interpreti: ineccepibile no?

Teodora e Tommaso ovvero dello Sguardo

Bonsoir.

Mon nome c’est Teodoricà.

Sono molto felice di conoscervi e vorrei raccontarvi la mia storia.

Sono una principessa cacciata dal mio reale padre solamente perché mi sono follemente innamorata del mio Drago privato: Tommasò.

Ah…è bellissimo, scaglie color citrino, occhi blu tempestosi, se lo vedeste mi capireste subito!

Non si poteva, mi disse, non era il caso, avrei dato scandalo, ma come potevo pensare di stare con un “animale”. Sì proprio così lo chiamò, e pure tra virgolette. Beh io gli dissi il fatto mio e orgogliosamente difesi il mio amore e lui mi cacciò riprendendosi persino la mia corona!

Io me ne andai (non è che avevo molta scelta, questa volta le mie lacrime non funzionarono), e ricominciai una nuova vita .

Certo all’inizio sbarcare il lunario non è che fu proprio facile facile, ma diciamo che ho molta inventiva, sono carina e che avere un fidanzato drago mi ha dato “una mano” nel cavarmela: il panettiere non mi vuole vendere il pane solo perché ho la sfortuna di non poterlo pagare? E io gli mando Tommasò che con una piccola fiammata lo potrebbe ridurre in cenere; il padrone di casa dopo 6 miseri mesi che non riceve l’affitto mi sfratta? Che problema c’è? Tommasò in un battito di ali mi è a fianco e basta un suo sguardo perché il signor padrone diventi un miele e pensate che carino ora la domenica mattina mi porta anche i croissant che la signora padrona di casa, sua moglie, prepara per la colazione!

Sapete essere un drago mica è facile, tutti pensano che solo perché uno è forte come cento uomini, può leggere il pensiero dei cattivi, sputa fuoco, può volare e ha un grande carisma, abbia una vita felice e nulla sia un problema e invece no, mon Tommasò ha momenti di grande tristezza, silenzi tragici in cui i suoi occhioni si colmano di solitudine..

Sapete lui vola in alto e quando guardi il mondo dall’altro, quando entri nei cicloni, e le montagne sono solo piccole creste, tutto si ridimensiona, tutto può fare più paura.

Io cerco di stargli vicino come posso, lucido le sue scaglie, passo il cotton fioc agli angoli dei suoi occhi, gli racconto le mie giornate e ascolto il suo respiro. E’ importante, sapete, saper ascoltare il respiro di chi amate  e riconoscerne il ritmo: è un po’ come dormirci sul cuore.

Sono una precaria: vendo palloncini nei luna park, i palloncini me li passa un signore strano di nome Terenzio. Lui, il Terenzio, si veste sempre di gessato e fuma solo sigari. Tutti i lunedì ci incontriamo sotto una vecchia quercia dietro la cattedrale; ogni volta lui mi guarda, mi consegna i trecento palloncini giornalieri e mi chiede sempre se non mi andrebbe di lanciarmi nel ballo da tavolo (che carino, lui si che vede le mie potenzialità) ma Tommasò non vuole, e allora io, ogni volta, rifiuto con un sorriso. Mmmhhh. Forse pensandoci, il Terenzio, tanto carino non è  visto che i palloncini me li vende al doppio di quello che riesco a guadagnarci (devo parlarne con Tommasò). Che volete, il mio drago, è tanto carino ma ha questa fissa che sono troppo ingenua e che gli uomini non è che sono gentili con me per educazione e bontà ma lo fanno per altri motivi loschi che non mi vuole dire. Beh io questa la chiamo gelosia.

La sera, però, se mi avanza qualche palloncino (e ne avanzano sempre almeno una cinquantina che i bambini non sono più come una volta), io lo stacco dal loro palo e mi libro in aria, mi faccio volare da loro per incontrare il mio Tommasò, e poterlo guardare negli occhi.

E nulla vale più di questo.

Io e il mio drago.

E quando

‘E quando il deserto dentro me si asciugherà, le lacrime finalmente sgorgheranno, il dolore inizierà a pulsare e l’ematoma sarà uscito, dapprima nero poi violaceo e infine giallo.

Allora, quando camminare farà male ma riuscirò a camminare e quel dolore mi sveglierà un poco più di questo lucrore di cotone che mi avvolge ora, a quel punto penserò a cosa non dovevo fare, a cosa ho fatto e a cosa dovrò fare. A come amarmi forse.’

Orietta e il Deserto

Buonasera Signori e Signore.

Mi chiamo Orietta e sono Triste. Così triste che le lacrime si sono esaurite prima di sgorgare, evaporate per la siccità che ha invaso il mio corpo. Cuore arido, anzi forse ora non ho più neanche un cuore intero, ma ne è rimasto solo un pezzo. Poco fa ho sentito distintamente il suo rumore mentre si spezzava  in due: ho dovuto piegarmi su me stessa perché è stato come una frustrata diretta sulla carne viva.

Ero andata a trovata il mio promesso sposo, Orlando, colui che pensavo avrei sposato; lui era proprio lì davanti a me, occhi negli occhi, mentre mi diceva:

 “Mi dispiace ma no. Io non ti amo”.

E io, occhi negli occhi, che potevo fare? Che cosa ho fatto? Nulla: mi sono girata e, schiena dritta e passo esangue, ho camminato via dalla sua voce, verso la porta della sala, poi la porta di casa, poi attraverso il giardino, fuori dal cancello fino all’angolo della via dove sono crollata su me stessa.

Tutto quello in cui avevo creduto, il futuro cucito addosso a quelle mani, i sogni modellati su quello sguardo e il mio riflesso nel suo odore si sono frantumati in quel NO.

Lo so che ho sbagliato, che mi sono appoggiata ad una voce invece di usare la mia, che mi sono persa in un letto invece di ritrovarmi in una casa, che ho fatto di un altro il mio senso invece di darmelo, un senso. Lo so che se ora non so chi sono, è colpa mia, che annullarmi in un desiderio non è cosa buona e giusta ma ora non mi importa, signori e signore.

Tutto quello che sento per davvero e fino e fondo è che sono triste. Non sento altro, il suo rifiuto è il mio fallimento.

E quando il deserto dentro me si asciugherà, le lacrime finalmente sgorgheranno, il dolore inizierà a pulsare e l’ematoma sarà uscito, dapprima nero poi violaceo e infine giallo.

Allora, quando camminare farà male ma riuscirò a camminare e quel dolore mi sveglierà un poco più di questo lucrore di cotone che mi avvolge ora, a quel punto penserò a cosa non dovevo fare, a cosa ho fatto e a cosa dovrò fare. A come amarmi forse.

Ma ora sono triste e tutti i miei sbagli non mi importano, non ho la forza né la voglia di soffrire due volte, una volta per l’abbandono di un uomo e un’altra per avermi abbandonato io nella braccia di un uomo. NO.

Ora voglio solo essere fantasma e silenzio. 

Clotilde, Cataldo, Cesare e Carmelo ovvero Paure, Spie e altre Confusioni o dell’Amore e basta.

Clotilde non usciva da tre (t.r.e. – dico T.R.E.) giorni.

Non si muoveva dal letto per non far rumore e non rispondeva al telefono per non sentire voci che non desiderava, e di voce non desiderava sentirne nessuna, manco quella della sua cara mamma. La gente che la conosceva non si stupiva, pensava fosse impegnata in qualche caso top-secret.

Dovete infatti sapere che la nostra Clotilde, principessa di Bosco Oscuro, era un’agente segreto.

Ella aveva rinunciato a tutte le sue fortune, al suo regno, a sposare un super bellissimo aitante principe azzurro per fare l’agente segreto. Ok, va bene. E’ vero non è andata proprio così, in realtà lei di Cataldo (l’aitante, muscoloso, snello, sorridente principe in questione) era innamorata persa dall’età di 4 (quattro) anni e guarda te che fortuna, lui era anche il suo promesso sposo – e quando si parla di Cataldo la parola uomo raggiunge apici e accezioni che poche donne possono dire di conoscere.

Insomma Clotilde amava quest’essere divino e desiderato da qualunque femmina del regno ma lui, il Cataldo, amava Cesare, il paggio di corte. E lo disse a Clotilde. Glielo disse la sera prima del ballo di fidanzamento: a cena. In cima ad una torre illuminata da lucciole e fuochi fatui, di fronte ad un piatto di ostriche, bevendo champagne (insomma il luogo e il momento perfetto per dire ad una donna che ti ama alla follia che tu non potrai mai desiderarla e amarla proprio nel modo in cui lei, un po’ brilla mentre ti fa il piedino, ora sogna di essere ricambiata).

E piangendo (si, lui piangeva. E sottolineo: lui) glielo disse appunto, perché lui a Clotilde voleva bene come ad una sorella e l’idea di farla soffrire lo buttava nel terrore e nel dolore più profondo. Ma non poteva, o forse, meglio, certo che potevano, sposarsi, ma solo tecnicamente, poi per quello che riguardava la loro vita emotivo- fisica ognuno avrebbe fatto quello che voleva. Avrebbero solo salvato le apparenze e sarebbero stati grandi amici. Perché lui alla Clotilde non la amava come una donna ma le voleva bene e adorava come si vestiva, con un gusto, una delicatezza nell’accostamento dei colori, per non parlare delle scarpe, magnifiche, certo avrebbe cambiato nuance di rossetto che la sbatteva un poco ma..

Clotilde invasa da questo sproloquio di suoni, rimase in silenzio per quasi un’ora e un quarto e poi si alzo e se ne andò.

Fu in quella nottata, in cui camminò per tutto il reame che capì che non c’era soluzione: non ci poteva fare nulla. Certo, lei, lui, lo amava, ma lui non amava lei, e lei mica li poteva uccidere, tutti i maschi del mondo, per costringerlo a desiderarla, perché l’amore non è così facile. No, non aveva armi per combattere, non c’erano trucchi o siliconi che la potessero aiutare, poteva averlo come amico, gli voleva bene, o no? E amava i momenti passati a confidarsi, lui era così intelligente, maschio, allegro, sarcastico, ironico ma non la voleva e lei non poteva, non ce la faceva.. e poi il fatto che fosse così maschio ma così maschio che nessun maschio era stato più maschio di lui, certo non la aiutava ad accettare la realtà. Ma perché? Perché?

Giunse infine a realizzare che lei al Cataldo, gli voleva bene ma, alla fine di tutto, voleva più bene a se stessa, e quindi non lo avrebbe più visto perché l’amore non è facile ma ancor più difficile è domare la volontà e quando vuoi qualcosa poi lo devi ottenere o allontanarti da quell’oscuro oggetto del desiderio che di oscuro ha solo il tuo desiderio.

E questo lei scelse: di allontanarsi dall’oggetto del suo oscuro desiderio.

Doveva dimenticarlo, ricominciare e non innamorarsi troppo facilmente, non amare troppo in fretta, aspettare, definire, contenere, pensare, dedurre, spiare, trovare prove e solo dopo, solo quando aveva la certezza matematica, solo allora, forse, darsi. Finalmente.

Ecco questa fu la vera ragione per cui la nostra principessa rinunciò a tutto (tranne che alla corona) e diventò agente segreto (un po’ con la sua bellezza, un po’ con le raccomandazioni reali).

Un agente segreto infatti ha accesso ai segreti di tutti, appunto, e ha a disposizione le cimici più piccole, più all’avanguardia, i binocoli più precisi per poter controllare chiunque.  Chi quindi chi meglio di un agente segreto per non essere più colta di sorpresa in amore? Per essere sicura dell’uomo con cui andava a cena?

Ed eccoci giunti al motivo per cui Clotilde non usciva da tre giorni di casa: si era innamorata prima di poter fare tutti i controlli del caso. Ma si può? Non si era innamorata per anni (per la precisione C.I.N.Q.U.E.), non c’era stato nessuno dopo Cataldo ed anzi ora il Cataldo riusciva a vederlo, era persino stata al suo matrimonio con Cesare (ma come poteva uno così brutto..) ed era andato tutto bene: aveva persino onestamente gioito per la gioia di loro due!

E poi, ecco, una non fa in tempo a riprendersi che entra questo qui, un chi qualunque che la guarda le dice che lavora troppo e lei che fa? Gli cadde ai piedi, incantata. Ma che fareste voi davanti ad un maschio che odora di cotone, furia e risate, che ha uno sguardo di mare incandescente e bruciante, una bocca di velluto e fuga, la voce di tempesta, catrame e caramello?

Il giovane in questione si chiama Carmelo ed è un’assicuratore capitato nel suo ufficio proprio per venderle una polizza sulla vita (si sa gli agenti segreti hanno sempre mille problemi, potrebbero partire e non tornare, o ritrovarsi menomati per una mina lanciata male e poi lo stress, avete presente dello stress di conoscere i segreti di tutti? Fatale.) Lei ne sottoscrisse DIECI, di polizze, per tutta la regale famiglia con copertura illimitata estesa anche alle punture di zanzare.

Dopo di che corse a casa, si mise a letto e non rispose manco al telefono. Fino ad ora, fino al punto in cui inizia la nostra storia: la Clotilde nel letto, non un movimento, non un’azione, l’unico rumore udibile è il frullare del suo cuore e gli ingranaggi dei suoi pensieri sconnessi.

Poi un insistente bussare: toc toc toc sempre più concitato che la costringe a rispondere:

“Potrebbe essere mio padre! E’ sempre così ansioso!”

Ma non é il padre (occupato alle Hawaii in pesca d’altura con sirene disponibili e alcolizzate), bensì Carmelo che ha bisogno del saldo delle polizze.

Lei di fronte  a lui rimane in silenzio, la mano aggrappata alla maniglia, non riesce a proferir parola, può solo a pensare che anche se l’amore ti ha bruciato le carni, che malgrado l’immobilità, il terrore, le esperienza devastanti, non si può sfuggire al vuoto pneumatico che ti lancia addosso, al furore del volo libero, all’agghiacciante sospiro che ti si snoda nella pancia. E, con questo torpore al centro della pancia e la sensazione di cadere dall’universo

lo fa accomodare, (non una parola ovviamente, troppo rumore nella testa, ma solo il leggero spostamento del corpo per permettere al giovane di entrare)

compila un assegno,

glielo porge,

lo riaccompaga alla porta.

Carmelo da parte sua è come in trance, perché più la guarda, più le piace e più le piace più non gli manca la favella: è in uno stato catatonico a salivazione zero, fino al momento in cui esce di casa, con l’assegno in mano e si dirige all’enoteca dell’amico Costanzo con cui si confida per una notte intera bevendo whisky e mangiando noccioline.

Il giorno dopo, Clotilde esce di casa, dà le dimissioni e apre seduta stante un baracchino di fragole e meloncini bianchi (beh lei è una principessa e le principesse possono aprire i baracchini di meloncini in un battito di ciglia e un amen).

Non vuole più saperne dei segreti delle persone, ha solo bisogno di risentire quel respiro di gelo che ti si snoda nella pancia dal basso fino al cuore quando incrocia lo sguardo di Carmelo. Solo quello. Tanto evidentemente non ha modo di combattere l’amore. E allora perché non viverlo? E’ stanca di aver paura.

Fu così, che preso il coraggio a due mani dopo averlo stritolato, il coraggio, un poco più del necessario, lo indossò e si diresse alla società assicuratrice per portare a Carmelo 3 meloncini e 5 chili di fragole dal sapore di sole e zucchero.

E da quel momento in poi qualsiasi parola si possa usare non renderebbe neanche lontanamente l’idea delle meraviglie che provarono l’uno per l’altra i due sprovveduti.

Ma l’amore non è proprio questo in fondo? Non bisogna essere forse un poco sprovveduti e stupiti per innamorarsi?

Se non ci credete, potete incontrarli ancora ora, mano nella mano, per i boschi che parlano e ascoltano il rumore del battito alterato dei propri cuori e quel meraviglioso respiro gelido che sale su dalla pancia al cuore ogni volta che i loro sguardi si incrociano.

Clotilde e Carmelo.

Silvana o della Liquidità del Coraggio

Ecco a voi, Silvana.

Sì, lo so, sta dormendo. Invero le capita sempre, le accade in particolare quando è di fronte all’uomo che ama, alla nonna che la giudica, al padre che la sgrida e all’insegnante che la interroga.

I medici di corte l’hanno nominato “sindrome da stress compulsiva”.

Silvana dovrebbe avere 35 anni ma non è certo  

Ma vi rendete conto?! 35 anni e non uno straccio di ragazzo, non una macchina, non un’amante, un bambino, un lavoro moderno e avventuroso, manco una parrucchiera di fiducia. Nulla! Ma proprio nulla!

L’età è incerta per una serie di singolari fatti riassumibili in due punti:

Punto 1. Lei si stressa per tutto: dal decidere il colore del vestito per le udienze di routine allo scegliere cosa mangiare. Ergo si addormenta. Ergo ha la pelle più liscia e rilassata di un bimbo. Ergo non si capisce quanti anni possa avere. 

Punto 2. La madre soffriva della stessa sindrome e quindi nel momento del parto dormiva della grossa. Si lo so che direte: ospedale, dottori, infermiere, fate turchine, il re marito etc.. Tutti testimoni oculari. Ebbene no, ma proprio no: nessuno. Si dà il caso che la regina madre, la partorì lontano da palazzo in una casa nel mezzo del bosco (in seguito a furiosa litigata con il re marito. Litigata di cui lei nulla ricordava -caduta in letargia dopo la prima frase – ma per principio aveva deciso di abbandonarlo), e quando tornò al castello, dopo qualcosa come tre anni, non fu possibile risalire alla data di nascita della bimba.

Provate voi ad addormentarvi ogni volta che qualcosa colpisce la vostra fantasia o vi preoccupa o vi stressa o anche solo vi piace. Provate! E poi voglio vedere se ci impiegate meno di 3 anni a tornare a casa con bimba appresso, e meno male che pure lei si addormentava se no l’avrei persa non so dove.. E sono stata fortunata ad aver incontrato quel gentilissimo guardiacaccia che mi era sempre accanto quando svenivo. Ah, senza di lui non so come avrei fatto. Dovremo regalargli un regno per la disponibilità, non trovi caro?”

A onor del vero la nostra Eroica Eroina ha accettato la sua situazione con la dovuta dignità richiesta da una futura regina e si è anche iscritta a vari corsi di yoga, catwalk per modelle, strip-tease, trucco per principianti, agopuntura, massaggi thailandesi, nuoto non a scopo agonistico per cercare di aumentare la sua resistenza allo stress. Tutto però si è rivelato inutile: si addormenta appena capisce che di essere guardata e giudicata. E siccome parlare, definire, implica sempre un giudizio.. beh con la giovane si può solo parlare delle previsioni del tempo, di luoghi comuni, pettegolezzi, fatti storici e geografia. Questo purtroppo significa che Silvana può tenere conversazione solo con anziani signori di corte, dotti, laureati con la tendenza alla noiosità compulsiva, ma certamente non con coetanee, dame di compagnia o similaria. Ma ve lo immaginate?! Lei, in mezzo alle amiche a parlare di vestiti e appena una di loro dice “stasera” + “gran ballo” nella stessa frase oppure lui+te, ecco che Silvana ti cade stecchita dormiente per 5 giorni???? Beh meglio evitare, pensava lei; fino a ieri.

Fino a ieri.

Ieri ha incontrato un uomo che l’ha guardata di quello sguardo che almeno una volta nella vita ogni donna ha ricevuto: uno sguardo che è puro desiderio liquido. Ieri per la prima volta lei ha guardato negli occhi un uomo e non si è addormentata, ma ha ricambiato lo sguardo. Ieri lei ha parlato con gli occhi tutti. Ieri non ha avuto paura. E continua a non averla.

Che sia guarita? Ancora è presto per dirlo ma sicuro è che ora corre sorridendo, saluta tutti e non sviene quando entra nei negozi e non si addormenta davanti ad una battuta, come se quello sguardo l’avesse posta al centro del mondo e risvegliata dallo stato comatoso in cui si era relegata. Silvana non ha più paura e non importa se non vedrà più quell’uomo, non importa, perché il ricordo di quel desiderio le si è tatuato nella bocca dello stomaco,

il resto sono solo manfrine. Lei ora è felice. Fino a quando non importa, per il ‘poi’ c’è sempre tempo, non trovate?

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