Irene o dell’acrobazia

C’era una volta una Bambina Acrobata, il suo nome era Irene.

 Ella viveva con la nonna ai limiti di una grande foresta. Suo passatempo era saltare di albero in albero quasi volasse, faceva salti altissimi e lunghissimi e si narra che una notte con un balzo sfiorò una stella.

L’agilità l’aveva ereditata dalla madre, Imelda la grande acrobata circense, mentre il coraggio, la volontà dal padre, Irmanno il più famoso mangiafuoco del mondo.

Un padre che aveva amato troppo gli applausi, la fama e il successo, e che sopra tutto aveva provato un terrore agghiacciante all’idea di ritirarsi dalle scene per gestire una famiglia e vivere con la suocera, oltretutto! Un padre che ad un certo punto salutò la moglie tra le lacrime, dicendole che l’amava ma lui non poteva proprio farci nulla, che la vita a volte non è adatta a tutti e che piuttosto che farla soffrire con la sua vicinanza preferiva soffrire lui andandosene per lasciarla libera di trovare qualcuno di più adatto ad una vita anonima, sedentaria e bla bla bla…Un padre cui la madre, Imelda, rispose con occhi asciutti, profondo schifio e un unico gesto: un fortissimo calcio, che lo catapultò definitivamente fuori dalla casina e dalle loro vite.

Purtroppo, però anche Imelda era una creatura dello spettacolo e quello le mancava… Fu così che trasmise alla bimba tutte le sue conoscenze sull’arte dell’acrobazie e dopo nove anni la lasciò alla nonna, perché la bambina meritava amore e fedeltà e lei non era in grado di darle nessuna delle due cose: lei aveva bisogno dei rulli di tamburi e delle corde, dei salti e degli applausi e ogni giorno senza questo era l’inferno.

La bambina malgrado tutti questi abbandoni crebbe felice con la nonna che amò e da cui fu molto amata, ovviamente.

La nonna, donna decisa e dalla tempra di acciaio, accorgendosi che l’età avanzava e che perdeva letteralmente i colpi, decise che era venuto il momento di trovare il padre della giovane nipote. Egli aveva abbandonato la bimba troppo presto per rendersi conto di quello che aveva fatto, ed era ora che lo capisse, per le Sante Caprette di Eustacchi!

Fu così che un giorno tra il 13 e I 16 anni della nostra eroina, la nonnina vendetta la casina nel centro del bosco, comprò quintali di pane, un somaro e un intero guardaroba invernale per un viaggio intorno al mondo alla ricerca di uno sputafuoco incallito, arrogante e sensuale.

Per parte sua la giovane acrobata non era molto felice: lei amava quella foresta e soprattutto non voleva cercare qualcuno che l’aveva abbandonata, ecco. non le importava quello che diceva la nonna

 Tesoro non è che non ti ha voluto, semplicemente non sapeva ciò che ha perso. Proviamo a vedere… se poi non ti piace ce ne andiamo e troviamo un posto più vitale di questo, che hai bisogno di scuole e amici. Mi sbagli ancora i congiuntivi!

No. A Irene non importava, suo padre l’aveva abbandonata e la madre pure! Tutto quello che aveva saputo fare lei era stato insegnarle a toccare le stelle e poi un giorno se ne va. Così di botto! Senza neanche chiedersi se sua figlia potesse aver bisogno di lei…*

Tutta questa rabbia esplodeva nelle sue acrobazie: faceva salti ogni volta più alti, camminava su fili sempre più sottili, e le capriole in volo erano sempre più complesse… Situazione che non faceva altro che giustificare ancor di più la decisione della nonna.

Irene

All’incirca dopo un mese di viaggio, le nostre eroine si ritrovarono in Bulgaria, precisamente di fronte al tendone del circo di Ilmona, famoso in tutto il mondo per la mirabile preparazione degli sputafuoco. Quivi esercitava l’ultimo insegnante di quest’arte volubile e meravigliosa, nonché maestro e guida spirituale di suo genero: Sua Favoleggiante Lucentezza Inchiodato.

Ormai vecchio l’uomo soleva dormire per 4 ore ogni pomeriggio, in modo da riuscire poi ad apprezzare lo spettacolo dei suoi allievi, annotare i loro sbagli e/o salvargli la vita se necessario. L’autocombustione di fatto era un grave problema per alcuni alunni.

Le due viaggiatrici, quindi, dovettero attendere il “dopo spettacolo” per poter parlare all’uomo. Videro cose mai immaginate, Irene fu colpita da tanta professionalità e precisione, la nonna fu travolta dalle emozioni; uscirono da quel tendono con l’impressione di aver visto gli Angeli volare, gli Dei giocare con i mille fuochi del centro della terra e con la certezza che la magia esiste, è colorata e profuma di lampone.

Tramortite, furono condotte in una tenda immensa color blu oltre-cielo e si trovarono faccia a faccia con un vecchio dal volto di carta impecorita, ricoperto di linee verticali ma dalla possente voce

Ditemi giovani donn

La nonna di Irene subito gli chiese se sapeva dove si trovava Irmanno al che il mago, confuso e rattristato d’un colpo…

Ma come? non lo sapete? Il mio diletto-preferito-adorato allievo, mio prosecutore…em…eh… voleva rinunciare a tutto! TUTTOO! Per tornare dalla figlia, poiché non riusciva a sopportare il pensiero di averla abbandonata. Ma, proprio la sera del suo ultimo spettacolo, ha sbagliato la direzione del getto di fuoco e ha incendiato la sacra mucca adorata dal principe di tutte le russie! Al che è stato imprigionato e non siamo riusciti in nessuno modo a liberarlo. È costretto ai lavori forzati in una buca al centro della siberia alla ricerca di inesistenti giacimenti di diamanti.

Irene felice – “oh allora papà non mi aveva dimenticata!” -, triste e arrabbiata – “ma perché proprio ora!” – decise che si. Lo voleva liberare lei. Si alzò in piedi e uscì dalla tenda. La nonna, decisamente stanca, aveva capito i pensieri della nipote e, pur desiderando di farla ragionare, rimase seduta lì; doveva lasciarla libera anche di soffrire. E poi non ce la faceva più! Aveva un’età e aveva bisogno di un vero letto e di una minestrina per sera, le sarebbe stata solo di peso. La anziana donna sapeva che certe lezioni le si deve imparare sulla propria pelle.

Irene dal canto suo già aveva dimenticato di avere una nonna, di essere ancora piccola, di non sapere dove fosse la Siberia… aveva dimenticato ogni cosa tranne che aveva un papà che stava in pericolo. Concentrata su questo unico pensiero iniziò a camminare… Dopo poche ore, era fuori dal paese e fu in quel momento che imparò una lezione fondamentale se si vuole essere un’eroina:  avere sempre un piano o almeno prepararlo, per le Sante Caprette Friciricchie: p.r.e.p.a.r.a.r.l.o!!

Non è che uno può iniziare a camminare e ogni tanto chiedere una qualche indicazione e arriva dovunque! La vita è diversa accidenti! Ci si deve organizzare magari facendo anche una patente e avere una macchina o comprando dei biglietti di treno o portandosi una piantina del mondo intero! Che fai vai in giro e chiedi dov’è la siberia?? o chiedi passaggi alle formiche, visto che non c’è nessuno nei paraggi?

Furono momenti di estremo scoramento fino a che non capì ciò che doveva fare: saltare di albero in albero per raggiungere stelle minori perché si sa che dall’alto la vista è sempre migliore, no? Saltando sempre più in alto riuscì a vedere il luogo che cercava e a orientarsi! Riconoscerlo era facile per via dei ghiacci e per la fila di uomini che scavavano nel terreno; si trattava infatti di una fila di genti così lunga che la si poteva vedere fin dalla luna!

Irene amava saltare di ramo in ramo e poi sempre più in alto fin alle stelle, adorava salutare le nebulose e lavarsi i denti davanti al sole che sorgeva; tutto questo le dava così tanta gioia che i tre anni che impiegò per giungere dal padre volarono e anzi l’arrivo nella terra dei ghiacci perenni la sorprese alquanto! Che posto freddo! Che brutto! Neanche un albero! La ragazza ne fu davvero delusa perché malgrado anche dall’alto si vedesse che non aveva nulla fuorché neve..lei..si ..insomma lei ci sperava in uno o due alberelli!

Il suo scopo, comunque, era trovare il padre. Non fu affatto difficile trovare l’appostamento dei prigionieri, ovunque vi erano indicazioni e frecce indicanti le varie prigioni e miniere. Dopo settimane di cammino tra gendarmi basiti e ufficiali di marina incattiviti, giunse al luogo degli scavi e preparò il suo piano: semplice diretto e veloce.

Punto 1. affittare aeroplano

Punto 2. rapire il padre alle ore 5.00 del mattino, orario di colazione e momento in cui i gendarmi sono distratti dalla consegna della confettura di marmellata

Punto 3. tornare a casa

C’era solo un problema: dove affittare un aeroplano!? con che soldi?! dove trovare qualcuno che lo sappia guidare??!! Insomma, non ho viaggiato per tre anni, per poi arrendermi! Troverò il modo! Armata di coraggio e volontà si diresse verso l’unico pub dell’intera regione; si avvicinò al barman –un attore in disgrazia con lo sguardo di un lemure in agonia- e gli chiese se conoscesse un pilota di aereo. Uno bravo. Anzi bravissimo. L’uomo le rispose che sì, uno c’era… Iulio, lo trovi tra le cinque e le sei del mattino. Ora non doveva far altro che aspettare… e aspettare e ..finalmente alla 12sima birra e all’ottavo rum cubano di esportazione lo vide entrare e svenne. Ehm.. il coma etilico esiste anche nelle storie di eroine che salvano iI padre: siamo pur sempre in un pub. Si risvegliò in un posto caldo, in un letto di rame, davanti ad uno sguardo azzurro, adirato e indagatore: Ahi, che male alla testa… mi fanno male persino i pensieri..mamma mia che rumore che fanno!! Che ci faccio qui? Chi sei?

Sei svenuta. Mi hanno detto che mi cercavi e che balli bene sui tavoli ma non penso che mi cercassi per danzare. Sei svenuta appena sono entrato, quindi ti ho raccolto e ho pensato di portarti in un posto dove potessi dormire. Ho pagato il tuo conto, non avevi un soldo. E quello che hai ora si chiama: il mal di testa da post sbornia.

Mi chiamo Irene e sono un’acrobata. Sono venuta qui per liberare mio padre dalla prigionia. E sì, non ho un soldo. E no, non sapevo di saper ballare sui tavoli. Io volo ma non so guidare un aereo e ho bisogno di te. Non posso pagarti ma posso lavorare per te fino a che non estinguerò il mio debito…Mi aiuti?

…….

…….

…….Guarda che se è un no quello che mi devi dire basta dirlo! Ho sempre odiato aspettare!!!

Si. Ti aiuto. E no, non avrai debiti con me.

Irene allora scoppiò a ridere perché sentiva come un fiume dirompente dentro l’anima e farfalle nello stomaco, pensava fosse il sollievo: l’illusa. Non aveva infatti capito che si era appena innamorata. Lui pure. Non aveva capito, lo stolto. Passarono il giorno a progettare il rapimento di Irmanno.

Il mattino dopo entrambi agitati presero il volo verso il giacimento e attesero che si formasse la fila per la triste colazione ed eccolo! Il padre della giovane era il trecentocinquantesimo sul lato sinistro e sembrava così triste. Una volta individuato, rimaneva solo di prendere la mira, volare fino a lì, allungare la mano, prenderlo e caricarlo sull’aereo. Insomma un gioco da ragazzi. Ovviamente, evitando gli spari e le cannonate dei soldati. Ovviamente. Si sa che se ci si pensa troppo alle cose, poi non le si fanno più e allora partirono senza una parola. Nel tempo di un attimo e un sospiro, Irmanno era sull’aereo e loro erano circondati da palle di cannone e pallottole

Irene, cuore mio! Oh, quanto ho desiderato di vederti! ma come è possibile che tu sia qui? e come sei bella..! e tua madre? ..figlia mia forza raccontami la tua vita!

Parlarono tantissimo, piansero ancor di più mentre Iulio evitava missili e pallottole. Parlarono così tanto e così fitto, così felici e così curiosi l’uno dell’altro che non si accorsero subito del silenzio e del clima più mite e del verde che li circondava. Erano infatti atterrati in una meravigliosa radura verde, bagnata dal sole e circondati dal silenzio. Genitore e figlia ringraziarono il giovane aviatore e lì si salutarono, ognuno per la sua strada.

In verità non è che la giovine volesse proprio salutare il loro salvatore e tantomeno non è che Iulio volesse proprio andarsene e abbandonare Irene al suo destino, a volte però ci ritroviamo a fare esattamente ciò che non vorremmo. Fu così che i due giovini, uno di fronte all’altro, con un papà tra i piedi, senza potersi dire ciò che volevano non riuscirono a far altro che dirsi:

Allora ciao…

Ciao…

In capo a due giorni Irmanno e la giovane figlia erano al circo di Ilmona dove si riunirono alla nonna. Quest’ultima in tutto questo tempo mica se era stata con le mani in mano, proprio no! Era diventata la cuoca del circo, si era fidanzate con Inchiodato e mai era stata tanto felice.

Tutti erano felici tranne Irene; lei, infatti, sentiva uno strano strappo al cuore, come se gliene avessero tagliato via un pezzettino. Passò giorni e giorni chiusa nella tenda del padre a piangere e a pensare-odiare Iulio che non riusciva a togliersi dalla testa come fosse un’ossessione. A nulla valsero le parole, le promesse e gli sforzi di ogni componente del circo. A nulla.

Poi un giorno un rombo di motore e un sorriso irruppero nella tenda della giovane svegliandola e rendendola felice per sempre e anche di più se possibile: Iulio era venuto a prenderla o forse per rimanere lì, quello lo avrebbero deciso insieme ma dopo, ora si stavano baciando.

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*Narra la leggenda che Imelda, tre giorni dopo aver abbandonato la figlioletta, in un’esercitazione fece un salto molto molto forse troppo alto. Tanto alto che non venne più ritrovata. C’è chi sostiene di averla veduta scomparire dentro una stella.

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