Giulietta

‘Giulietta non sapeva come raccontarlo, il suo dolore, che poi dolore non era: era una sorta di vuoto, di lucrore appannato che le impediva di stare bene. Ed allora eccola che cercava parole che la calmassero, mani che la legassero, sguardi che la coccolassero ma nulla, nulla riempiva quel niente di cui il suo stomaco era sazio.Era sospesa su una corda con un piede di traverso, era come se ne sentisse lo spessore di quella corda, la ruvidezza sotto la pelle, il rumore del contatto e l’assenza di d’aria perchè quando sei sospesa sul mondo è l’assenza di aria, di vento di voci a far paura. Era stato un anno difficile in cui aveva mascherato troppi trucchi barbari cui si era abituata che aveva fatto suoi e migliorato, rifinito fino alla perfezione. Ed allora ecco che il lavoro serve solo a portare a casa dei soldi che servono solo a farti fare ciò che ami, che non è importante ciò che fai ma ciò che sei, che lei era altrove e in questo altrove stava più che bene, che tutto era solo momentaneo che nulla è per sempre. E poi un giorno, si era accorta che non puoi masticare terra all’infinito anche se ti racconti che sa di zucchero filato perchè lo stomaco, la terra, non la può contenere, la bocca la deve sputare, la gola la rifiuta e la pancia grida denuncia l’orrore di questo fango. Si è accorta che ciò che fai ti entra nella pelle, che ciò che sei può andare perduto anche se non te ne accorgi, che custodire gelosamente un pensiero non lo fa sopravvivere, che di cadaveri coccolati è pieno il mondo. Che tutto ciò che decidiamo, facciamo, proviamo ci si tatua nella carne, la ferisce, la ammalia. Che il coraggio non si vende e la maggior parte delle volte non ci appartiene. Che le spade si forgiano con il ferro e l’acciaio e per forgiarle ci vuole pazienza, rigore, tempo e spietatezza. Che credere non è raccontare ma fare. E di fronte a questo, con la bocca piena di sale e terra, con le mani artigliate a quel poco che rimane di solido, stiracchiando l’amore o quello che ne è rimasto dopo una disamina fatta di onestà ordita nella crudeltà (e ditemi voi se la verità, quella vera che nascondete sotto etti di carne e buoni propositi e favole, non è crudele) si ritrova sospesa in bilico su 200 grammi di buona corda irlandese che non sa se farsi cadere o tentennando avanzare.’

Pubblicato da Mademoiselle Porcupine

Nacqui a Marrakech da padre francese, Jean Jacques Porcupine, e da madre Russa, Olga Svetlava. All'età di 6 anni con la famiglia ci trasferimmo in quel di Parigi dove mio padre iniziò la brillante carriera di parrucchiere et ma mere quella di amante di un povero artista. Della mia vita prima dello sbarco in Nueva Yorke non amo parlare molto. Fui molto amata fino ad un incidente, di cui non voglio parlare e dopo il quale fui scacciata da Rue de Lombric (casa paterna). Per sempre. Sono stata modella, meravigliosa amante, attrice e musa. Sono stata eterna pe run lasso di tempo di 40 anni. Meraviglioso.

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