Ada o dello Sguardo

Ada

 

 

Ada aveva 25 anni e lo sentiva tutto il peso di questi venticinque anni, che le premeva sulle ossa, impediva ai polmoni di muoversi liberamente, lo avvertiva la mattina quando lo vestiva, il suo corpo stanco e inerte, quando lo trascinava per le strade, nella fatica di portare un piedi di fronte all’altro e di alzare il viso per salutare le amiche della madre, la pettegola del palazzo che se non la saluti allora si vede che sei cresciuta male, che povera madre guarda che sfortuna che ha avuto, una figlia sempre triste, sempre vestita di nero, sempre silenziosa, eh si secondo me è drogata, anzi è certo, non ha notato cara come muove le mani? E poi non le sembra che abbia lo sguardo sempre velato? E poi scusi ma le pare normale una ragazza che se la guardi troppo, la osservi diciamo, quasi si spaventa e deve scappare via?

Ada non lo sapeva cosa aveva, lo sguardo di un estraneo la turbava quasi temesse di poter essere smascherata, che quegli occhi avrebbero potuto leggere la verità delle sue manchevoli mancanze.

Ma che fare se tua madre è la custode di un comprensorio di sette palazzi, se ti è stato insegnato che devi salutare, che devi essere gentile, che devi dare il buon esempio, che siccome nel cortile dei palazzi è vietato andare in bicicletta, a te non è mai stato insegnato  che la figlia della custode dà il buon esempio anche quando tutti i bambini del circondario vengono nel tuo cortile a fare le corse con le loro biciclette rosa, blu, belle, bellissime, luminose e piene di campanelli.. Che fare se non puoi chiuderti in casa perché devi andare a scuola, mica vorrai fare la fine di tua madre?

Che fare se esci ogni mattina che dio ha mandato in terra in un mondo di grigio e cobalto che ti acceca e terrorizza?

Semplice. Cerchi una spada, uno scudo e un’armatura: un paio di occhiali da sole, con le lenti più scure che trovi. Un paio di occhiali come fossero la coperta dell’invisibilità da tenere addosso in ogni occasione, un paio di occhiali che ti permettano di osservano la genti senza che loro osservino te.

Era stato un regalo della zia Adele poco prima del suo venticinquesimo compleanno, erano in una scatola di cartone duro come il legno, chiusi in una carta velina color panna e legati da un nastro di raso che tratteneva un biglietto scritto a mano, parole come tracciati di guerra, scrittura irregolare per dirle “se il mondo ti fa paura, non è necessario scappare. A volte basta solo imparare a difendersi”

E lei lo imparò,  a difendersi, a mettersi in trincea con il bazuca sempre carico stretto tra le braccia, una smorfia di tensione continua eppure anche un poco serena, perché dalla trincea, nella tua comoda buca con il tuo fucile pronto a salvarti dai cattivi, puoi permetterti di guardare fuori e di vedere, di pensarlo questo pazzo mondo. Ecco cosa erano per lei i suoi nuovi occhiali dalle lenti così nere che manco una notte in pieno cortocircuito: erano la trincea in cui nascondersi, il fucile da imbracciare.

Non vale neanche la pena di dire che gli occhiali non li toglieva proprio mai e li teneva sia di inverno che d’estate e che grazie a loro imparò una molteplicità di nozioni sul mondo che la circondava. Ad esempio che anche gli altri hanno paura, quando sono in metro  e stringono la borsetta sulle ginocchia o dal modo in cui NON sorridono mai, che siamo un popolo stanco ma così stanco che basta sedersi in un vagone del treno perché  cadiamo addormentati manco avessimo mangiato la tanto temuta mela di biancaneve, che la maggior parte delle 30enni è scontenta e questa infelicità è raccontata dalla piega che prende la palpebra di qualche grado più in basso rispetto alla forma naturale, dalla bocca eternamente dritta senza nessuna rughetta da sorriso, che quasi tutti hanno fretta  e allora vedo piedini picchiettare sul pavimento, sbuffi manco fossero loro i treni in arrivo appena hai un anziano che ti intralcia il cammino…

Si rese conto che la bellezza non sta solo nella perfezione delle linee di un corpo o di un volto ma nella magia di un movimento, nell’incontenibile fascino di una smorfia e si innamorò. Si innamorò del mondo.

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