Rosari ovvero di una parola nascosta nell’ordito di un desiderio. Una parola magica, dicono.

Nell'ordito incastrata una parola magica e che il desiderio si sveli.

Posted by La Porcupine on Tuesday, March 27, 2018

Il 14, quarant’anni e un caffè

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Antonia che sta per spiccare il volo

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Di Pitoni e Giraffe

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Guglielmina ovvero di come un uomo alfa le avrebbe potuto cambiare la vita

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Amedeo voce d’ottone e cuore di cristallo

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Saluzza ovvero dell’Illusionedi un Salvatore qualunque

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Dei Temporali e di Desideri

E raffazzona una parola, impasta un caffè, eleva un buongiorno alla bassezza di un do di petto, cerca tra le sinapsi un poco di lena, di intrigo e con passo strascicato arranca verso una tazzina.
E’ domenica, è mezza mattina e potrebbero esistere in questo spazio brunito azioni da pianificare, belle parole da raccontare, colori da pensare e invece nulla si muove. Elettricità statica nelle vene, buio nello sguardo, noia nella bocca e un peso sul limitar del cuore.
– Come fosse un’attesa?
Si. Un’attesa. Un’attesa di spasmi e di rincorse, di camminamenti di lato, strascicati e silenti di modo che nessuno ne veda le insicurezza e il passo che si fa meno certo e accecato. Un’attesa; e si sa che la miglior arma dell’attesa è un mesto silenzio e un furioso pensare. Che poi i temporali arrivano sempre.Riflessione su un Tram

Della Ferocia del Dolore

è tuta questione di cuore

‘Vede, Mademoiselle, lei in tutte le sue favole non mi pare abbia mai preso in considerazione le disarticolazioni del desiderio che si tu una cosa e la vuoi tantissimo ma poi la temi e forse non la vuoi più e nel momento stesso in cui non la vuoi ti accorgi che in realtà la odi ferocemente ma poi se forse ti dicono che non la avrai proprio mai è come se una branco di cani rabbiosi ti strappassero la carne. E quindi ti ritrovi in une empasse: ciò che vuoi potresti non volerlo ma lo vuoi e non capisci se è perchè non puoi averlo, perchè lo vogliono tutti gli altri, perchè hai paura di volerlo o solo e semplicemente lo desideri come si desidera un sorso di acqua dopo una lunga corsa e poi sei stanca di quella bianca stanchezza la cui unica salvezza è un cuscino più bianco e una morbida coperta dalle trecce di lana alte e soffici. La disarticolazione del desiderio: amore o abitudine, scelta o convenienza, desiderio o volontà? E non le racconto tutte le altre sfumature che ci sono tra ognuna di queste parole. Parole che sono carne che con il loro peso specifico spezzano le ossa e amplificano la messa di queste incertezze con i loro cori e kirie eleison. Lo riesce a capire? Mademoiselle lo capisce lei? Che cosa devo fare? Come si spengono i pensieri? Come si uccide il dolore? Il dolore muore? C’è una colla abbastanza potente per rimetterle insieme tutte queste disarticolate sensazioni? Lei come fa?’

Sulla torta di Zucca

‘Il dolore si eredita come la ricetta della torta alla zucca. E come la ricetta della torta alla zucca, si tiene ben nascosto, ingrediente segretissimo e lo si coccola nel buio della notte, nelle ore morte di un pomeriggio di sole fino a che non ti uccide con dolce e inaudita lentezza’Di

Loredana 9900 dalla Bovisasca (Milano)

Cara Piera e Cara Franca sono una casalinga infelice. A cinquant’anni mi guardo indietro e cosa vedo? Vedo solo le rinuncie che ho fatto per i nostri figli, e un marito che non mi guarda quas…

Sorgente: Loredana 9900 dalla Bovisasca (Milano)

Signor Nessuno o della Fragilità dei Desideri

Ferdinanda o dell’importanza di un buon Parrucchiere

 

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“Buongiorno Mademoiselle, prende anche lei il 14?
Io solitamente no, ma oggi è il mio compleanno e sto andando dal parucchiere.
E sa, ogni tanto ci vuole. E poi. io. oggi. faccio. quaranta. anni. Quindi ho bisogno di un colore pregno, di una frangia di femmina che sottilinei i miei occhi di femmina saggia e ferita e felice e tristissima e un volto che quando mi guarderò allo specchio possa ricnoscere come la mia storia. Si lo so, lo so che non serve un parrucchiere per riconoscersi ma sa la verità? Non mi interessa. Ho impiegato quarant’anni per capire che la mia storia me la faccio io. Ne impiegherò, se mi va bene, altri dieci per trovare il coraggio di farmela, questa storia. Ma se c’è qualcosa che ho capito è che ognuno ha i suoi tempi e un grasso ridondante chissenefrega al mondo non solo è liberatorio, a volete è necessario.
Eh si, vede ho impiegato quarant’anni ad amare il vuoto pneumatico delle domeniche pomeriggio senza andare in panico e sentirmi l’essere più solo del mondo; quarant’anni ad alzarmi la mattina senza il disfattismo dei rotolini di ciccia che avanzano manco fossero i ghiacciai perenni; quarant’anni ad imparare ad ascoltare gli altri senza farmi ingerire dalle loro certezze; quarant’anni di nascondino con i grigi e meno grigi delle emozioni, a tagliare con il bisturi le mie inettitudini per arrivare ad una sorta di requie; quarant’anni a capire che non si spreca l’amore, che non si possono rincorrere le chimere se non ci credi abbastanza, che non puoi inseguire un bacio, che non si prende al lazo un sorriso ma che tutto ciò arriva e se non arriva vabbeh è stata una grande avventura e le mie più belle avventure sono stati i tentativi di conquista, le rincorse all’ultimo, la prima volta con il primo amore in una londra agostina, in una casetta condivisa in 8, in un pomeriggio senza particolare bellezza, un così niente di che da gettarmi nel panico e nello scoramento, la fine di quel sogno d’amore architettato con tutti i crismi senza prendere in considerazione che il lui era già volato via e il cuore che si spezza e io che mi piego nel bagno di una stazione con il dolore più doloroso perchè il rifiuto spezza le gambe e taglia la pancia; quarant’anni ad imparare che l’amore è scelta e che a te, anche se tu lo vuoi con tutta la volontà, lui macari, non ti ha scelto e allora ti sdilingui nel rendiconto dello spreco di giorni di pensieri, ore di volontà lanciate nel vuoto ma sei forte, lo siamo tutti e in questi quarant’anni ho scoperto che il dolore, la perdita non mi hanno ucciso, non uccidono: ho imparato che non è sempre vero che il dolore rafforza o migliora ma sicuramente può cambiarti, nel bene o nel male ma questo dipende da te.. o forse no..questo mi sa che ho bisogno di almeno altri vent’anni per capirlo..
Ho impiegato quarant’anni per accettare il mio occhio dalla forma a pesce lesso e capire che mi dona lo smooky eyes che ci metto così tanto nero da farlo apparire nel pieno del suo blu/azzurro/grigio; non ci sono ancora arrivata a piacermi tutta e tanta ma adesso, dopo quarant’anni ho pochi fulgidi giorni in cui mi trovo bella; ho impiegato quanrant’anni a fare pace con il mio buco nero nell’anima e il richiamo alla terra; impiegherò probabilmente altri quarant’anni a perdornarmi il mal di vivere e a imparare a farmi la manicure e pure una messa in piega..
Ma oggi sono qui sul 14 verso un nuovo parrucchiere, un sassolino in più nella scarpa, un pizzico del disincanto e della ironia che mi servono e sono serviti in questi quarant’anni a seppellire quella ventenne insicura, biondissima, procace e spaventata e a far nascere questa femmina contusa e confusa ma che, alla fin della fiera, mi piace tanto.
Che fa Mademoiselle viene con me a prendere un caffè?”

Agnese o della Paura

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‘Agneseeeeeee!!!! Forza svegliaaaa! Tuo padre ti vuole in sala del trono tra tre dico T.R.E. minuti! FOOORRZZAAAAAA’

Uno scossone del letto, un altro ruggito (la balia era stata scelta proprio per la potenza vocale) e inizia la nostra storia.

Prima di tutto dove ci troviamo: a sud del Regno di Asia, a trenta gradi est dal Santissimo Regno di Sicilia in un 6 Agosto di più di mille anni fa circa. Questa è la storia di Agnese, terzogenita del Re e prediletta del di lei padre; di per sè si tratta di una fortuna non essere la primogenita  e di conseguenza non dover seguire tutte quelle lezioni noiossissime di preparazione alla regalità ma non di meno è tedioso poichè la tua libertà è comunque direttamente proporzionale all’esempio che devi dare in quanto appartenente alla famiglia reale.

Agnese ha diciassette anni, chili e chili di confusione, ettolitri di desiderio, qualche grammo di certezze, pantagrueliche curiosità e tanta insicurezza; ha anche occhi neri neri, capelli lunghi, bocca volitiva e sensuale e grandi nostalgie che non si sa a cosa si riferiscano vista la giovane età, ma chi l’ha detto che la nostalgia per forza deve riguardare qualcosa che hai vissuto? A volte si ha nostalgia del non vissuto, sapete?

Agnese dorme della grossa al momento ma la sua balia, l’Antonia, la sta tirando per i piedi e cerca di infrangere la barriera del suono, peraltro con discreti risultati, mentre la nostra eroina non fa un plissè; indifferente a tutto lei dorme. Oggi non ha voglia di svegliarsi, non ha voglia di essere brava, bella, educata, la cocca di papà, parlare del suo futuro sposo che ha appena ucciso un drago per conquistare la sua mano… Non ce la può fare a fare finta che questo le vada bene. Fa troppo male. E poi non sa nemmeno se quello che pensa di provare sia vero, e  se poi si sbaglia? e se poi questo contorcimento di budella che le si è formato in pancia, queste farfalle che le volano in gola spariscono? e non era vero nulla? Se rifiuta quel buon uomo dell’Alberto che ha rischiato di perdere il braccio nella singolar tenzone con quel bruto di un drago cattivo per lei? Se poi non è vero nulla? E poi suo padre! Oh mio dio Il buon Re Anselmo come potrebbe mai prenderla? Lo deluderebbe? La odierebbe? Certo i genitori non capiscono mai nulla, e dicono sempre le cose sbagliate, e non sono abbastanza sensibili e ti prendono sempre sottogamba e certo, anche lei sbatte la porta, gli parla poco e, anzi, raggiunge la mancanza totale di comunicazione almeno due settimane al mese ma… perderli, non riceverne almeno la benedizione. Loro ci devono essere sempre no? Anche quando pare che tutto vada male e tu li odi, loro ci sono no? non possono, non devono abbandonarti, no? Ma se non capiscono? e lei lo sa che non capirebbero. Per loro le farfalle nello stomaco sono solo animali che producono infezioni:

Magari ha mangiato qualcosa che è andato a male. Ora ti prendi una camomilla, e poi parli con Don Armando.

Don Armando. La soluzione per ogni dubbio, fuga, buio. Lei non ci vuole parlare con don Armando; lui e i suoi novantanove anni di fede e terrore in un Dio che punisce e non accetta. Lei vorrebe avere il coraggio di parlare con suo padre e magari anche con sua madre, perchè lei lo sa che sua madre la capirebbe. Ma loro sono comodi, perchè faticare quando hai maghi, consiglieri, don che risolvono le crisi familiari per te, che ti danno certezza dove i tuoi figli ti danno solo addosso?! Ma se ti do addosso, papà, non è che magari è perchè ho bisogno di dirti qualcosa? o voglio dimostrarti che sono grande? o semplicemente non accetto una parte di te? O forse non accetto una parte di me? O forse non lo so e magari va bene se pure tu non lo sai no?

(Al nostro menestrello viene da aggiungere che per fortuna non esisteva ancora la televisione, se no i regali genitori la avrebbero parcheggiata da ‘Amici’ della De Filippi per risolvere i terrori dell’adolescenza!)

Persa in questi mille pensieri e dubbi NON si svegliava.  La nostra sfinita Antonia ormai disperata con la voce decisamente rauca, tutta spettinata corse a chiamare il  Mago di corte. Ma neanche lui potè molto. La ragazza pareva in coma. Troppi i terrori che nascondeva nel cuore.

In un altro punto del castello lo stesso accaddeva al stalliere di corte Adelmo e anche colà i terrori erano molti simili, di colui che non apriva gli occhi e di coloro che lo osservavano e non capivano.

In un altro punto del regno, nel villaggio lo stesso accadeva alla giovane fioraia Adelaide e a due contadini delle contee vicine: Achille e Ambrogio.

La voce si sparse in fretta e in meno di tre ore il sacro consiglio di Asia era stato convocato dal Re e dalla Regina. Dapprima si mandarono le guardie reali ad investigare sulla vita dei quattro  ragazzi:

Adelmo: dicotto anni, sagittario ascendente leone, stalliere di corte dall’età di cinque. Serio, curioso, ubbidiente, casanova, bell’aspetto, un’insano appettito e una smodata passione per le fragole mature.

Adelaide: diciannove anni, pesci ascendente scoprpione,  fioraria del villaggio, vende le migliori peonie per colori e dimensioni e le orchidee più rare, fissata con il biologico, eccentrica, grande cavallerizza. Solo una storia d’amore ma finita con la di lui fuga con una damigella reale dopo tre anni. Campionessa di  cucina, appassionata di ornitologia.

Achille: diciassette anni, leone ascendente vergine, contadino. La sua specialità le verze. Ragazzo quieto ordinato, speleologo nel tempo libero, grande pescatore di trote. Unica debolezza: il cioccolato. Mai fidanzato perchè nessuna ragazza se lo fila: troppo noioso e magro.

Ambrogio: diciannove anni, cancro ascendnete cancro. Contadino. Specialità le carote e le patate dolci. Appassionato di tiro con l’arco. Sciupafemmine, da poco sposato con la sarta del villaggio, un figlio in arrivo. Appassionato di radionovele.

L’unico punto in comune tra i quattro era stata la partecipazione alla festa del paese della sera prima, il 5 di Agosto: la festa di San Aurelio dei Sconsolati. Sacra festa che si tiene in tutto il Sacro Regno di asia e che vuole che gli ariostacratici si uniscano al volgo per i festeggiamenti in strada che durano esattamente docici ore (insomma tutta la notte).

L’unica possibilità sembrava essere un  incanto lanciato da una qualche strega, ma dopo un momento di delirante gioia per avere forse trovato il capro espiatorio, dopo che il paese precipitò nel più nero subbuglio (i padri chiusero i figli in casa e gli vietarono di dormire, vigilando sulla loro insonnia con fucili rimpizzandoli di metanfetamine..)… insomma dopo tutto questo,  ci si rese però ben conto che a nessun altro accadeva lo stesso e che, se veramente ci fosse stato un maleficio, la strega in questione si sarebbe presentata con tanto di squilli di tromba (nessun esssere magico resiste al richiamo della ribalta, delle interviste, del successo, del potere).  Non c’era nessun incanto. E presto fu chiaro a tutti di fronte al risveglio diei giovani che malgrado le minacce cadevano addormentati, sfiniti.

C’era però qualcuno che la verità forse la sapeva. Era la moglie di Ambrogio, che però questa verità non la accettava perchè avrebbe stravolto la sua vita. Ma Agostina era amica di Clotide e ricordava bene quello che la giovine le aveva raccontato, le sue riflessioni…  e guardare questa faccia di ragazzo che tanto amava addormentato e spaventato, perchè si dorme per tante ragioni e una di queste è la paura (Agostina ne era certa); vederlo immobile mentre i giorni passavano e capire che comunque lo aveva perso, gli diede il coraggio di andare al castello e raccontare la verità che le si era dipanata di fronte quella notte del 5 Agosto.

Fu così che il giorno 9 di Settembre di più di mille anni fa circa, Agostina si diresse al castello e chiese udienza al gran consiglio in qualità di teste informato dei fatti:

‘Mio Re, Mia Regina Bella, Consiglierei Santi eccomi qui per raccontarvi cosa vidi la sera del 5 di Agosto. Io  e mio marito stavamo passeggiando tra le bancarelle  e i baracchini quando mi venne, fortissima, una voglia di acciughe al limone e trovammo a pochi passi una piccola osteria in cui le servivano. Io e lui, mano nella mano, entrammo e ci accomodammo in uno di quei tavoli lunghissimi dove tutti si siedono di fianco a tutti. Non sapevo di essere seduta di fianco ad una principessa ma non sarebbe stato granchè importante, ero troppo occupata ad esserne gelosa, e in verità ero pure gelose dell’altra, quella che stava seduta di fronte a me, la fioraia, Adelaide. Dimostravano entrambe grande personalità e fascino e io, beh io non sono affascinante, non ho grandi cose da fare nè grandi interesse.. perciò all’inizio ero più che altro preoccupata di perdere l’uomo che più di tutti amo per quelle due femmine irruente e labirintiche. Ma poi. Poi le ho guardate bene, e mi sono accorte che parlavano più che altro tra di loro: si erano conosciute quella sera e avevano tanto in comune, oh erano così belle e audaci e mangiavano letteralmente le parole l’una dell’altra. Sembravano innamorate’

 

‘Innamorate? Come osate?!’

‘Oso mio Re perchè io amo e quando vedo l’amore lo so riconoscere. Ma vi prego fatemi andare avanti primache cambi idea: ho bisogno di molto coraggio per raccontare ciò che capii e vidi quella notte. Vidi  Ambrogio imbambolato, perso negli occhi di Achille. Lui pure imbambolato, fissato a sua volta da Adelmo. Pareva un cerchio magico, in cui loro si fissavano e cosa dicevano quegli sguardi! Quanto amore! Così di punto in bianco. Stavo per dire ‘ora basta andiamo a casa’ quando Achille chiese il nome a  mio marito e da li iniziarono a parlare. Un fiume in piena in cui la mia voce non poteva manco essere udita. Un dolore alla punta dello stomaco e le ossa che si frantumarono, tutte. Era il dolore. Il dolore. Perchè io l’ho sempre saputo. Si signori miei, io lo sapevo che lui mi voleva bene ma non mi amava di quell’amore di carne  e farfalle. Io lo sapevo. Ma non mi importava. Volevo lui, io lo amavo e pensavo bastasse per entrambi. Ma non è vero. Non lo sarà mai. L’amore non può bastare, l’amore deve essere provato. Non puoi fermarlo questo pazzo cuore. L’ho capito quando siamo tornati a casa dopo che per d.o.d.i.c.i. ore sono stata la spettatrice del grande spettaccolo dell’amore a prima vista. E se non fosse stato il mio Alberto uno dei protagonisti, ne sarei rimasta entusiasta. La vostra Agnese! Ah la vostra Agnese avreste dovuto vederla com’era bella così innamorata, puf, di colpo.. quella che mi era parsa un’amicizia era invece un colpo di fulmine con tuti i crismi: timidezza alternata a spavalderia, curiosità, insicurezza, sorrisi ebeti, risate per un nonnulla… E ho assistito alla fine della serata di una tragedia: i sorrisi si sono spenti e ognuno di loro è tornato da dove veniva, nessuno di loro si è neanche scambiato un recapito, nessuno di loro ha osato immaginare che potesse essere normale picersi e vedersi. All’inizio io ho sospirato di gioia, che si poi l’indomani il mio Ambrogio avrebbe dimenticato tutto e sarebbe tornato tutto come prima. Ma l’indomani non è arrivato. E ho capito che comunque lo ho perso. E che lo amo troppo per vederlo morire paralizzato. Che lo preferisco vivo e innamorato di un altro che paralizzato e come morto. Non so cosa serva per risvegliarli, forse solo dirgli ‘Va bene così, sii solo felice’. Ma so che per me ormai va davvero bene così e voglio solo che sia felice. Non voglio dare  amio figlio un padre che esemplifica la frustrazione e terrore, nostro figlio deve crescere nella libertà di sapere che può sciegliere di essere.’

‘Ha finito Signorina? Non le farò nulla solo perchè è una donna gravida,  ele donne gravide straparlano. Avrà di certo avuto paura di perdere il suo compagno per la bellezza della mia bimba e davanti a quel terrore si è raccontata una serie di fandonie. Ora la prego si calmi,  ementre decide di calmarsi, e capisce che non è il caso si raccontino per il regno queste maldicenze fasulle sarà mia cura ospitarla nella nostra prigione più bella e comoda usata solo per il prigionieri aristocratici. Guardie portate questa Giovine nella Torre del Sole e badate bene di cibarla a dovere e darle da leggere libri pudici. Ci rivedremo tra un mese e mi racconterà cosa davvero accadde quella sera.’

Agostina fu chiusa nella altissima Torre del Sole, con tutte le comodità tranne la libertà per un mese, quando fu richiamata dal Sacro consiglio per raccontare la verità. Lei la raccontò e venne nuovamente rinchiusa:

‘La V.E.R.I.T.À. mia cara non le sue stupide bugie per giustificare il fatto di non essere bella quanto la mia bimba! Mi fa orrore che una femmina possa raccontare sitante cattiverie e meschinerie!’

Ogni mese per 9 mesi Agostina veniva chiamata, diceva la verità, veniva tacciata di infamità e rinchiusa. Nove mesi di prigionia fino al giorno in cui nacque la loro bimba; il parto fu facile e non possiamo negare che la giovine fu seguita da tutti i medici e curata con tutti i riguardi. Furono quattordici ore di strilla, dolore e rabbia ma poi la piccola creatura emise il primo vagito. E tanto fu lo stupore e l’amore che il mondo intero si fermò.

Quella notte, mentre la nostra piccola coraggiosa sarta rimirava la sua creatura e la cibava, capì che non poteva andare avanti così, che il suo Ambrogio doveva svegliarsi e conoscere la figlia e sopratutto che non voleva ch ela figlia crescesse nella menzogna, nella paura. Quindi, quella notte, la nostra eroina chiese alle guardie di vedere il Sacro Consiglio ‘subito ora prima che cambi idea!‘. Pensando che fosse pronta a dire finalmente la verità e tranquillizzati dal fatto che se non avesse ancora voluto ora potevano torturarla, tutti i membri si unirono subito e la accolsero nella sala del trono.

‘Quindi? Sei pronta a dire il vero?’

‘Lo so stata sempre pronta e il vero è ciò che vidi: 5 ragazzi che amano. Amano. Null’altro. E per dimostrare che è questo che vidi sono pronta a rinunciare a colei che amo di più al mondo: a mia figlia. Mi dovete credere perchè state rinunciando ai vostri figli se non siete in grado di accettarne i sentimenti. Sate rinunciando al loro amore, li state uccidendo. Io non credo loro siano davvero in coma, io sono anzi convinta che loro siano terrorizzati di perdere il monod se accettano se stessi. Io vi chiedo di fare pace con le vostre stupide paure, vi chiedo di usarlo questo grande amore di cui vi riempite la bocca, di stirarlo, appenderlo al sole, guardrlo e farvene inondare. Se anche la Principessa amasse una altra femmina quale sarebbe il problema? É forse una tragedia l’amore? Ma per favore! Sono nove mesi che sto rinchiusa in una torre perchè ho detto solo di aver visto un uomo che ha desiderato un altro uomo e un uomo ridesiderato a sua volta, uno che purtroppo ha solo desiderato senza riceverne in cambio e due femmine desiderarsi. Ho parlato di amore e desiderio, curiosità, gioco. Se vi avessi detto che vostra figlia e mio marito si erano innamorati probabilmente avreste festeggiato anche se si trattava di rovinare una famiglia, ma vi ho detto altr e per non sentirlo mi avete incarcerata. NON VI VERGOGNATE? Meschini cuori nascondete, piccole certezze condite di vanità, stupide menzogne al chilo svendute per due certezze. Stanotte guardavo mia figlia e la amo già troppo per permettere al monod di rovinarle la vita, per poter anche solo pensare che un giorno io possa essere stupida e ottusa quanto voi e lei, per mia colpa, decida di non svegliarsi mai più. Per colpa mia. Non potrei. Quindi sono giunta alla conclusione che l’amore è coraggio, che voglio dare a mia figlia suo padre, e che voglio dare a suo padre la possibilità di essere felice. Perciò, se non volete capire vi autorizzo di metterci  a morte: io e mia figlia. Voi state uccidendo il diritto all’amore, il rispetto dell’altro. Se questo è l’omicidio che volete compiere, allora dovrete mondarvi le mani, dovrete affrontarlo e dirlo ad alta voce l’asssassinio che state compiendo.’

Di fronte a questa ragazzina, che di ragazzina ormai non aveva più nulla, tutti questi fieri uomini, anziani provarono una sorta di vergogna (alcuni poca poca così convinti di essere nel giusto, che le peggiori didatture nascono con la convinzione di essere nel puro e sacro giusto, altri di più, e qualcuno così tanto da ritrovarsi con il corpo inondato da ‘ma’, ‘se’ e dubbi e scuse) . Il Re Padre per parte sua, scappò. Uscì a cavallo.

Non si sa dove fuggì, non si ha idea di cosa fece. La Regina era convinta di essere stata abbandonata per una cortigiana molto più allegra di lei con un sorriso bianchissimo e vestiti più scollati e passava il tempo a parlare con Agostina, che divenne non solo sua confidente ma anche sua amica. Dopo un mese, comunque,  egli tornò; era diverso, una luce nuova negli occhi e una vergogna nella voce. Aveva pensato, disse, e aveva capito che non aveva capito nulla che lui sua figlia la amava così tanto da non poter più sopportare di non averla davanti agli occhi sorridente, che se davvero era lui ad averla uccisa allora non era giusto quello che pensava perchè se quello che pensava poteva far questo a coloro che amava allora era sbagliato. Era sbagliato. Lui la amava e alla fine chissenefrega cosa decideva di fare lei, chi decideva di baciare. Si trattava di baciare mica di scuoiare genti no? E quindi andarìva bene. Gli bastava riaverla. E poterle chiedere se era felice.

Disse tutte queste cose e moltro altro ma non sono fatti nostri nostri e manco di Agostina che si alzò pe runa passeggiata con la picccola Ada e lasciò solo un padre pieno di amore con una figlia piena di paura di amare. Non si sa quindi cosa accadde in quella stanza o come ma Agnese si svegliò.

Agnese si svegliò e corse a svegliare gli altri non appena seppe tutta la loro storia.

Si svegliarono tutti, con un anno in più, e tanti sorrisi.

Agnese lasciò l’Alberto con la benedizione dei regali genitori e sempre con benedizioni si lanciò in un romanticissimo corteggiamento della sua Adelaide (che non era certa, aveva paura e poi una principessa, quelle sono sempre viziate.. certo che è bellissima ma la bellezza sfiorisce..); che Agostina riabbracciò il suo Ambrogio per poi divorziarne e darlo in sposo al suo Achille e potè narrare alla loro figlia del coraggio dell’amore; che non ci furono liti per la custodia, che custodire è un dono e un regalo e loro tre la custodire la nostra Ada insieme per insegnarle il coraggio e re-imparare a giocare; che Alberto, il cavaliere che quasi perse un braccio per conquistare una femmina che non lo poteva amare si diede all’antica arte della palestra e della conquista selvaggia ma fino al giorno del matrimonio di Ambrogio non riuscì a colmare quel vuoto al centro dello sterno; che Adelmo ancora adesso cerca l’amore ma per il momento non gli va proprio bene… ma andò benissimo ad Agostina che il giorno delle nozze di Ambrogio venne presentata ad Alberto e che ancora adesso escono assieme e magari forse in una sera di circa mille anni fa il giovane cavaliere la chiederà in sposa…

Che qui il nostro menestrello potrebbe anche raccontarvi che nelle favole poi si vince sempre, che le favole servono a ritrovarsi perchè non ci si perde mai a caso, che però tutti possiamo i protagonisti della nostra, di favola,  lo sapete vero?

 

 

 

 

 

 

Di Processi e Favole

 

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Ho un buco nel cuore, in lato a sinistra credo. anzi sono convinta che sia proprio là. In alto a sinistra. Sono nata così. Con un buco. Un vuoto che nella maggior parte dei casi non si sente nemmeno (eh no signori miei non è che perchè è un vuoto che non si deve sentire, anzi i vuoti fanno dolore, rumore, frastuono quasi quanto i pieni, ve l’assicuro) ma quando si sveglia, in quelle giornate in cui sono meno all’erta o un pò più sfibrata, si allarga fino ad occupare tutto lo stomaco e sfaldare tutto in lacrime amplificando ogni errore in un delitto e ogni dimenticanza in alto tradimento. Ho qunarantadue anni e un buco nel cuore come una bomba ad orologeria. Ci sono nata come mia madre prima di me e le mie sorelle dopo e la nonna molto prima. Con i buchi nel cuore ci nasci poi o impari a combatterli accettandoli o impari a soccombere e io un poco ho imparato a soccombere; ricordo ancora mia madre vittima del dolore incapace di cambiare alcunchè, mangiata dall’assenza, divorata dalla mancanza. Ho un buco che mi racconta favole di inettitudini, mi riempe la pancia di aria compressa ora come allora, a sei sette dodici diciannove anni, quando gli amichetti dapprima, le migliori amiche poi credevano di conquistare il mondo, io speravo solo di farcela, a essere qualcosa di diverso di un muchhio di ossa piangente. Ho un buco e non c’è ago o filo alcuno per liberarmene; lo so quello che dovrei fare: entrarci e uscirne vittoriosa. Come nella migliore tradizione favolistica, il mio personale romanza di formazione, combattere il Drago Oscuro, baciare la principessa, vincer eil principe, costruire il mio castello. Forse a questo servono le favole, a capire che noi siamo drago, principe e principessa. Che nasce e muore tutto da noi. Ma ho paura. Ho paura di non tornare.

Dell’amore e di Marmotte

 

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DRINGGG DRINGGGGG

Scusi Mademoiselle, sono Achille, è passata di qui Annarita? Ah ecco. Sa è strano, lei lo sa che non sopporto i cambi di programma… mi arriva sempre a casa alle ore 17.30. Ogni giorno cascasse il mondo. Ogni giorno tranne oggi… e allora ho pensato.. beh mi aveva accennato che voleva passarla a trovare che aveva sentito che anche lei ha una passione per le tazzine da caffè… Mademoiselle. Io non sono solito parlare delle mie cose con gli sconosciuti, in realtà nenache con gli amici. Ma sono disperato. Le ha parlato? Cosa succede? Io non so più che fare, io ci provo a renderla felice, ma non funziona; lo vedo sa? dal suo sguardo, dalla svagatezza nei modi, dalle sue bellissime labbra atteggiate in una piega di inconfondibile tristezza. annarita è una piccola marmotta: sempr ein caccia, sempre a scavare, lunghe gallerie per trovare un tesoro, un bacio perduto, un’antica angoscia, una maleodorante delusione e poi giocarci, dilaniarla. Io invece sono un leone: mi metto davanti le sue mille buche e le difendo da tutti.                                                                   Ma ora qualcosa non va. Non va più. Io non capisco.Le sto accanto. la osservo per cercare dei sorrisi, le do presenza, sicurezza, orari, mi occupo di lei. Eppure. Mademoiselle cosa accade? Cosa devo fare?

Dell’Amore e di Pitoni

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Buonsera Madame, oh scusi Mademoiselle. Posso entre? Si? Oh anche a lei piacciono le tazzine da caffè?  Io ne sono tanto appassionata da sfiorare la maniacalità: ne ho ben 450 coppie e conto di sfiorare i mille nei prossimi cinque anni. Le mie preferite sono quelle con il bordo in oro zecchino… oh ma questa è f.a.v.o.l.o.s.a.!                                                        MMMhhh.. se ci fosse il mio fidanzato mi direbbe che devo smetterla di palrare tanto, che annoio le persone e che sono troppo minuta per contenere tutte queste parole, che il mio piccolo bacino non le può neanche diferire così tante parole. Eppure lo strano, mi cara Mademoiselle, è che con lui, io, non parlo. Lui si accorge dei miei pensieri quando li sente raccontati agli altri. E lo sa perchè? Perchè il mio fidanzato è un pitone. Provi lei a stare con un pitone! Lui è grosso, lungo, tozzo e ha quelli occhi fissi fissi fissi. Ti fissa e fuma, fuma e ti fissa. E tu lì ad aspettarti chissà che ma nulla accade tranne quello sguardo che a seconda dell’umore ti lancia e rimbalza contro te.                                                                       Lei lo sa che i serpenti in generale fanno qualunque cosa una volta al mese: mangiano in abbondanza una o due volte al mese, dormono sempre (anche per un mese appunto, un pisolino un pò troppo lungo non trova?), dormono per digerire la fatica dell’unica caccia mensile, cucciolini loro, e decidono loro quando fare qualunque cosa anche perchè non hanno grandi nemici e quidni se togliamo uccelli grandissimi o qualche strano mammifero possono stare tranquilli e non necessitano grandi fughe, traumi o altro ancora. Fondamentalmente sono noiosi e soli. Hanno una solitudine genetica, loro e le loro scaglie a rimuginare antiche nostalgie e pensieri affilati. Hanno una presa feroce, i pitoni insieme ai boa poi sono letali, compressi nei loro muscoli di titanio, unica debolezza il cambio di pelle e tutto quello che puoi fare tu in questo egoriferito mondo mentale in cui bastano a se stessi è raccogliere i rimasugli delle losro scaglie e magari farci un quadretti o un paio di stivali. Io ne ho un sacco di stivali sa? Pensavo di venderli su e-bay.                                                                                                                                           Io lo so che lui mi ama, vorrebbe fagocitarmi, catturare il mio sguardo, digerirlo, possederlo ed è geloso non del mio corpo, il suo sangue freddo lo colloga nel mondo del razionale, ma dello sguardo appunto. In fin dei conti un pitone è solo occhi e potenza della volontà.                                                                                                                                              …. beh insomma.. le dicevo no’ che i pitoni fanno quasi tutto una volta al mese no?.. insomma lui anche l’amor elo fa una volta al mese e una volta sola! capisce?!? E mi vede? Mi vede Mademoiselle? Io sono una giraffa, fatta di collo, occhi e lingua! Io ho bisogno di svagatezza, di gioco, di parole, di assaggi continui, di baci sugosi, ho bisogno di ancore alla terrà e canti al cielo. La mia testa è lontana dal corpo e per sentire il cuore io ho bisogno di qualche secondo, non è facile per me ma è fondamentale, non posso solo pensarla, io devo sentirla, assaggiarla… ma lui no. Lui mi fissa, fuma, mi fissa e poi attacca. Io vorrei parlare, parlare, rccontare ma lui non sa ascoltare. I pitoni lo sa non hanno orecchie. Non lo sapeva? Beh ha mai visto un pitone con le orecchie?                       Oh lo so Mademoiselle che lei non mi può aiutare. Lo so che mi devo aiutare io, devo trovare le mie risposte. Ma forse non voglio, in fondo ho paura che le mie risposte mi dicano che una giraffa non può stare con un pitone e che alla fine dovrò cercare qualcuno della mia specie o al massimo un martin pescatore. MA io con un giraffo? e che oia Mademoiselle. A leccarci parlare di romanticherie e dove sta il pericolo? Il Mistero? .. Lo so che non ho senso, ma c’è qualocsa di quello che facciamo che abbia davvero un senso? Sa io non so se voglio abbandonare il mio bellissimo pitone e intanto colleziono tazzine da caffè. E ora vado che una mia amica mi ha appena detto esserci un mercatino a Bergamo Sotto dove vendono solo tazzine da caffè! Ah.. Mademoiselle … guardi che non sono psicotica, lo so di non essere una giraffa, poi lo vede anche lei con il metro e cinquanta con i tacchi sarei una nana pure nel mondo delle giraffe,  e so bene che il mio Achille non è un pitone ed è un peccato sa? Almeno avrebbe un senso. Tutto questo avrebbe un senso.’

 

‘Mia cara e chi l’ha detto che per esssere qualcosa bisogna per forza averne le fattezze?’

 

 

Ada o della Stridore di un’emozione.

Aura

C’era una volta una giovine dagli occhi di paura e la voce di cristallo. Essa, la voce, sembrava sempre sul punto di rompersi a tal punto che questo frantumarsi delle consonanti, questo stridore delle vocali terrorizzava l’ascoltatore. E voi bene sapete miei cari amici e non , che nell’epoca che tutt’ora vige, le imperfezioni non sono tollerate poichè il segreto è il bilanciamento delle parti, la sensualità del particolare, il difetto eccessivo che diventa stemma ma certamente non lo è e non lo era nenache allora la difformità dal conformante (perchè ci sono, e c’erano anche allora, due modi di essee diversi, uno era alla moda e uno no. N’est pas?).

Ma torniamo alla nostra ragazzetta. Alla nostra ragazzetta dalla pelle che profumava di pane e dalla voce che se si emozionava, iniziava a tremare  fino a frantumarsi tra la lingua, fino a risultare insopportabile all’orecchio almeno quanto il sentimento che vocalizzava lo era per il cuore.

Faticoso ascoltarla eppure non si poteva far altro: quel rumore tediava così tanto che era impossibile pensare ad altro o interromperlo trovando una scusa; si poteva solo arrendersi e ascoltarlo fino all’ultima goccia. Ormai tutti ne provavano terrore e la evitavano: i contadini appena la vedevano le lanciavano i loro frutti e scappavano per non dover sentire neanche un verso uscire dalla sua bocca, gli edicolanti le facevano recapitare giornali e settimane enigmistiche varie via aquile viaggiatrici, persino le guardie la evitavano! Insomma il regno era ben fortunato che Ada (così  si chiamava la nostra eroina) fosse di buon cuore e assolutamente onesta se no avrebbe potuto far qualsiasi azione anche le peggiori senza che nessuno cercasse di fermarla. Ma in un regna governato da un re taumaturgo, illuminato, illuminante, maschilista, incattivito dal potere avere anche solo un’anima completamente libera di essere, pensare e comportarsi come più le piace è un grave trauma se non adirittura un problema da sdradicare se non la morte almeno con la prigionia.

Ada viveva nell’ultima casa dell’ultima contea del regno e facev ala stiratrice, invero era la miglior stiratrice di tutti i regni conosciuti tant’è che la Regina Madre Adelina Delle Acquechete in primis usufruiva dei suoi servigi. Capirete bene che quanto sopra (morte o prigionia) non è molto attuabile se colei che vuoi far fuori è la protetta di tua madre; e se tu che vorresti spiegare  a tua mamma il drammadiavereunelementochesoggiogailpopolomeglioepiùdit,chepotrebbearrivareacastelloesgozzaretuttalarealefamigliasenzachenessunoosassemuovereunditoperfermarlaperpauradellasuavocee … ma sei muto e ti incarti continuamente con il linguaggio dei segni quando ti agiti così la tua reale e regale mamma capisce solo che hai un attacco di ipoglicemia logorroica e tutte le volte che provi a parlarle ti ritrovi a mangiare bignè alla crema. Decisamente frustrante. Quindi, amici e non, capirete bene che il nostro Re Alberto Delle acquechete e Altezzeverdeggianti doveva trovare una soluzione da solo e risolvere il dramma. Ma a cosa servono i consiglieri reali se non aconsigliare? E proprio un consigliere in un accesso sfogo finito con la lussazione della spalla (Alberto quando si animava esagerava con il linguaggio gestuale e spesso si slogava polsi o peggio) gli diede l’idea perfetta per ‘salvare caprette e cavolicchi’ come avrebbe detto il defunto Re Padre.

Il lunedì stesso venne emesso un editto reale ”Chiunque usi la Stirella Più Lindo ad Ogni Costo verrà improgionato immediatamente poichè l’effluvio prodotto da siffatto artefatto infastidisce la sacra narice reale e impedisce l’espletamento dei suoi mille impegni quotidiani”. Il lunedì sera Ada era in prigione, condannata a stirare tutti gli abiti della Regina Madre a vita. La ragazzetta fu imprigionata in una cella, a diecimila gradini di una scala a chiocciola sotto il livello della terra sita nel centro esatto del castello circondata di terra e rocce ma dotata di tutti i comfort di cui abbisogna una stiratrice, ase di ultima generazione, stirella iperperfomente, una buona sedie, qualche libro, un letto comodo, ben tre cuscini e colazione, pranzo e cena.

Il regno continuava la sua sonnolenta vita, il Re andava a caccia, sorrideva alle donzelle, la regina madre riceveva le sue vesti perfettamente inamidate e meravigliosamente profumate, il consigliere ebbe una promozione, fino al giorno in cui la nostra Ada non smise di stirare. Ella si era stufata, stancata, depressa.. mai vedere il sole, mai veder eun volto altro dal suo, mai smettere di stirare e perchè mai? perchè una vecchina un giorno per ringraziarla le aveva regalato una stirella fuori legge? Ma come una segue le leggi, sopporta che la gente la eviti, sogna solo un giorno di trovare un uomo che la ami per ciò che sent e enon per la sua brutta voce e il mondo che fa? la incarcera? e nessuno che venga a trovarla! mai! Ah che tristezza! Che dolore, che sana odiosa sfiga!!!

Ci sono femmine che di fronte al dolore, all’incomprensibile mangiano, altre che piangono, altre che escono a correre, alcune camminano, molte fanno uno shopping compulsivo e definitivo, Ada CANTAVA. E anche quella volta cantò. Cantò come canta il ghiaccio quando si stacca dagli iceberg, come il vetro quando si scioglie nel fuoco e questo canto arrivava ovunque. E se dico ovunque, intendo ovunque provocando tristezze e smarrimenti. Ascoltare quella voce era come essere travolti dai ricordi più dolorosi. Nessuno aveva scampo. Il regno intero si bloccò, in lacrime. A quel punto sua regalità il Re stesso decise di scendere i diecimila gradini al centro del castello per tappare la bocca alla sventurata.

Accadde però che mentre scendeva a due a due baldanzoso e correndo all’inizio questi diecimila gradini, Alberto ascoltasse il canto dapprima scocciato e scimiottandolo, poi rapito ed infine estasiato poichè in quella tristezza ritrovò la propria, in quelle lacrime di parole, ritrovo le sue proprie lacrime senza parole e qaundo, dopo quattro ore senza più scudi o else, si ritrovò di fronte a questa giovane femmina, si ritrovo interdetto a fissarla (arcindemboli! non mi avevano detto che fosse così bella!) e lei si zittì (oh ma che cavolo! è più sexy di quanto sembri sugli editti!). E basta.

Silenzio.

E ancora silenzio.

Perchè le cose belle nascono nel silenzio. Non lo sapevate?

 

Casimira o della Meccanica. Qualunque essa sia.

Ginetta
‘Ah Casimira, potresti per favore portarmi i piselli odorosi al basilico? E andare inc ucina, nello scaffale quello vecchio del nonno, e prendermi il macinino per il pepe rosa? E qaundo torni passare dalla toelette e portarmi qualche fazzoletto di carta? Ho un tale raffreddore e con questo mal di schiena alzarmi mi procura un tale dolore..’
‘Casimira, cucciolina, visto che sei così gentile con Carla faresti per tua zia Costanza una psta al sugo rosso senza pomodori? Los ai che ha sempre quella fastidiosa acidità….’
‘Piccola mia, è tutto così buono ma non posso mangiare nulla. Sei proprio una gran cuoca ma purtroppo con tutti i miei acciacchi e questi reumatismi non posso mangiare nulla. Ti offenderesti se ti chiedessi un semolino?’
Ed eccola Casimira il 23 Febbraio di qualche secolo fa, tutta contratta nell’arduo compito di oliare e manutentarela propria pazienza, correndo per accontentare il vecchio padre, la cara anziana zia e l’atavica nonna! Casimira dagli occhi neri e il collo lunghissimo che il giorno del suo compleanno ha cucinato una pranzo lussuoso e di una bontà inenarrabile che nessuno ha mangiato.
Sapete, dicono che la meccanica della sopravvivenza sia ciò che maggiormente ci impedisce di sopravvivere; la concentrazione  e la volontà utilizzati per manetenere i suoi ingraggi ben oliati ci distolgono, di fatto, dalla facile facilità di ottenere un desiderio. A poco a poco ci si dimentica che i desideri si possono anche realizzare.  Casimira ne è l’esempio: odorate la sua inutile arrendevolezza mentre corre da una stanza all’altra a servire i vecchi parenti, ascoltate il battito sincopato del suo cuoricino mentre il giorno del suo trentaseiesimo compleanno cucina con tutta la sua arte un pasto che, già lo sa, nessuno mangerà. Le hanno insegnato che rischiare è male ma poi l’hanno circondata, attanagliata, di immagini di femmine vincenti che rischiando hanno vinto. Condita con olio e arrendevolezza la nostra eroina si divincola tra una lasagna e un broccoletto di bruxelles alla ricerca di un senso e di un ‘brava’ lanciato da un occhio dolce qualsiasi.
Ma torniamo a Casimira che al momento è uscita di casa per dirigersi all’unico parucchiere di Callianetto, ridente paesiello sulla riva di un fiume minuscolo composto da cinquecento persone e trentadue gatti. Quel 23 Febbraio infatti coincideva anche con il giorno della sua messa in piega semestrale. Giornata ricca di avvenimenti insomma: compleanno, colpi di sole e chiaccherata con il fidato amico Camillo nonchè suo parruchiere seguita da caffè e pasticcini con la vecchia Clara, star locale, e dai suoi peccaminosi racconti di una giovendtù vissuta sul filo del rasoio (ex velina di un famoso talk show mandato in onda su rete provinciale). Sarebbe stato tutto perfetto…
…’Buongiorno Casimira! Tutto bene? Cosa facciamo oggi? un carrè con colpi di sole come sempre? Ma come non lo sai? Camillo è partito, stava mettendo via i soldi da mesi e finalmente ce l’ha fatta! Ora sta a como, ha aperto un barbiere per hipster ed è felicissimo, l’ho sentito ieri’
Como, città delle mille possibilità che manco una Londra qualunque, metà di tutto il jet set mondiale e desiderio di metà degli adolescenti del mondo conosciuto dove tutto  possibile e i desideri si incarnano in possibilità. Camillo era partito.

 

…………..

 

Tra il Lusco e il Brusco di un Bianco e Nero capita che ci ricordi di guardarsi negli occhi. Tu oggi te ne sei ricordata?

pesci bianco :nero

Al gioco ed alla stessa sostanza di cui sono fatti i sogni: i desideri

pesci vari

Lode ai Quaranta che sono anni ma alla fine è di femmine che si parla e di Meraviglia. Tanta Meraviglia.

madamigelle

 

I quaranta sono anni meravigliosi, la femmina è un frutto maturo ma sodo nel pieno della consapevolezza emotiva e fisica, ha quell’ironia data dal disincanto ma non ancora alcalinizzata dalla delusione tout court, ha perso la genuina ingenuità dei venti ma mantiene la furiosa volontà del ritrovarsi dei trenta. Una femmina di 40 anni è un revolver pericolosissimo perchè ormai, lei, le regole del gioco le ha capite e se decide di giocare è per vincere o divertirsi. Quindi comunque vada, sarà un successo.
A quarant’anni sei in quello stato di grazia in cui tutto puoi xchè tutto ha un suo posto e una misura valicabile, che i passi più impervi esistono per essere raggiunti e superati no? Si ha piû voglia di ridere. perchè si è compreso che per piacere non serve x forza essere una Campbell, perchè ormai si è cosî femmine che il feromone stesso si innamora di voi.

Ma è poi vero che le sirene non esistono?

sirenetta

Favole Pret-à-Porter

ETICHETTA RINO GRIGIO RACCOMANDAZIONE IMG_4372 IMG_4367 IMG_4366 IMG_4365 IMG_4364IMG_4392 IMG_4397 IMG_4396 IMG_4394 IMG_4393 IMG_4385 IMG_4386 IMG_4387 IMG_4388 IMG_4390 IMG_4391 IMG_4384 IMG_4383 IMG_4381 IMG_4424 IMG_4423 IMG_4422 IMG_4416 IMG_4417 IMG_4418 IMG_4419 IMG_4420 IMG_4421 IMG_4398 IMG_4400 IMG_4408 IMG_4407 IMG_4405 IMG_4404 IMG_4403 IMG_4401 IMG_4409 IMG_4410 IMG_4411 IMG_4413 IMG_4414 IMG_4415

Piera o del Pensiero Laterale

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C’era una volta in un regno lontano lontano lontano,

una futura Regina di anni trentatrè dai denti perfetti, un taglio di capelli perfetto, delle gambe da urloe il cervello più piccolo del mondo. E suvvvia che problem amai è questo? Si è mai vista una femmina bellisima anche iper performante intellettualmente? Non è forse anche un bisogno politico pensare che se una è già fantasmagoricmente iperbellissima allora un pò scem alo deve essere? Sapete che rivolte se non lo si pensasse? Ve li immaginate i cortei di protesta tra femmine inviperite che lo sanno tutti che non c’è nulla di peggio della competizione femminile.. Ecco, quanto sopra sarebbe invero cosa santa e giusta s enon fosse ch eil regno di cui parliamo è popolato solo da menti brillanti, l’intelligenza è un patrimonio procapite che tocca vette altissime: laddove si crea un luogo di incontro (parrucchieri, estetiste, giornalai, tram..) sfociano dibattiti filosofici, si elaborabo teorie quantistiche e molto altro ancora.

In tutto questo marasma di parole altisonanti, di concetti pregni, di teorie ficcanti la nostra Piera aveva una sola passione che le impediva di vivere appieno la frizzante vita culturale del suo regno. Le FilaStroccHe. L’unico suo divertimento era passare intere giornate con il suo fido amico, il pitone Pietro, inventando filastrocche in rima baciata peccato che non foss ein grado, mai in grado, di creare le rime perciocchè alla fien della giornata si ritrovava con tantissime filastrocche senza rima. Ma lei non demordeva  e ogni singolo giorno dopo un’abbondante colazione con al guinzaglio il fido e spossato Pietro si rimetteva all’opera! E dopo ogni singola creazione prendere una busta, piegava la sua opera, chiudeva la busta, ogni volta con il cuore in gola e trascriveva sul dorso della stessa l’indirizzo del ‘Giornale della Cultura’, all’attenzione del Gentilissimissimo Piero Del Ponte Pendulante Caporeddatore. Poi a fine giornata usciva con le sue 50 buste ognuna contenente una e una sola filastrocca, si faceva portare dal cochiere nel regno affianco, e da li inviava il tutto in forma anonima; ça va sans dire, Prudenzio (membro dell’accademia della crusca, 2 dizionari all’attivo) neanche ele leggeva queste ‘opere’. Ne era disgustato. aveva smesso alla seconda busta, anzi aveva già sporto denuncia a ignoti per stalkeraggio mancanza di pudore.

Pasquale il re, quasi nominato al Nobel per la scoperta della struttura quantistica del frullato di banana e Pina, la regina, i cui testi di criminologia junghiana vengono ancora adesso utilizzati in tutte le università americane; beh loro si che erano disperati. Guardano la loro figlia amata e se ne vergognavano. Era un essere umano senza curiosità, senza friccicore intellettuale. Oh che vergogna! Come potevano farla maritare? Come avrebbe potuto rappresentare il regno?

E successe che il re si ammalò e la regina decise che era tempo di smettere la faticosa fatica di regnare; era ora che se occupasse la figlia. Possibilmente non da sola. L’unica soluzione era sposarla ad un uomo di cultura, un uomo che potesse parlare per lei, pensare per lei. Un intellettuale, un rigoroso, una mente brillante la cui luce offuscasse l’ignoranza della Piera. E chi meglno di Piero del Ponte Pendulante? Il re ne aveva stima e la regina adorava la sua intelligenza astringente e aristotelica!

E così fu.

Fu che il re padre lo convocò a corte e per il bene della patria e la pace perpetua gli oridnò di sposare la figlia e di concepire un erede intelligente senza se e senza ma. E per amor di patria, Prudenzio accettò pur senza aver mai visto nè aver mai sentito parlare della principessa. In effetti il nostro giovane eroe di patria non la vide fino la giorno del matrimonio. Dovete sapere che il re e la regina il giorno prima di convocare il giovine durant ela notte indirono una riunione di massima importanza con obbligo di presenza per tutti coloro che lavoravano e vivevano nel castello, tranne ovviamente la Pina. In questa riunione fu descritto il piano diabolico grazie al quale il nostro Piero non si sarebbe accorto circa la stupidità della consorte fino alla prima notte di nozze: chiunque avrebbe impedito ai due di comunicare, di parlarsi, manco un buongiorno! Le dame furono mobilitate e vennero aggiunte anche badanti e intrattenitrici. Furono create scorte di sicurezza per evitare incontri fortuiti e si appoggiò la mozione di comprare uno stormo di papagalli amazzoni famosi per le voci liriche di modo che il loro fragoroso canto avrebbe impedito ogni forma di comunicazione:

‘meglio che lui la guardi da lontano anelando un suo sguardo, immaginandosi lunghe discussioni piuttosto che la conosca, ci parli e capisca di non volerla!’

Così fu che dopo quarantacinque giorni, milioni di fiorini in pappagalli bianchi canterini, un reame in festa, litri di vini d’annata arrivò il giorno delle nozze.

Piera era bellissima e affranta ma per il bene del regno si sarebbe sposata, suo padre era stata chiaro e nulla aveva potuto la sua tristezza e vestita di bianco, occhi lucidi, labbro tremate si incamminava per la navata del castello al braccio di un re spaventato. Piero era incantato da tanta beltà e per la prima volta non aveva parole adatte a spiegare la meraviglia che gli nasceva pancia per poi implodere nei polmoni. E mentr lui cercava almeno una parola, lei si lambiccava per trovare una rima con bouquet. In cinque minuti erano marito e moglie, giusto il tempo di dirsi un si esile e tremante. Poi ci fu la cena in cui gli vennero assegnati tavoli separati con la scusa che la principessa dovesse stare con le damigelle appena assegnatele per conoscerle meglio mentre il neo principe dovesse conoscere a fondo i maghi e i filosofi di corte.

Pesciolino 1-33

Dopo la cena, i discorsi dei regnanti, le lacrime per il passaggio di trono da loro, i vegliardi, ai nuovi virgulti del futuro… dopo tutto ciò essi, i nuovi virgulti del ‘futuro, del pensiero, coloro che daranno nuova linfa vitale al regno’ vennero letteralmente issati sulla mongolfiera reale attorniati e circondati da damigelle, maghi, pensatori, le migliori menti del secolo, i macchinisti e sette pappagalli melomani. Quando tutti furono saliti e si furono messi in mezzo tra Piera e Piero, quando tutti furono sicuri che neanche un ciao sarebbero riusciti a dirsi, la mongolfiera partì verso i mari della Puglia dove avrebbero trascorso la luna di miele.

Tutto seguiva il piano, tutti erano felici, i due sposi non riuscivano quasi neanche  a sfiorarsi con le parole fino a che.

Fino a che…

una coppia di aquile reali decisamente infastidite dalla cacofoania prodotta dai pappagalli bucò con fiero cipiglio la mongonfiera che precipitò in mare.

Ammarati e amareggiati tutti si ritrovarono tra onde e flutti e nessuna terraferma in vista. Va da sè che l’umore cambiò repetinamente e inequivocabilmente virando verso i singhiozzi, le lacrime  e la disperazione. anche le grandi menti, signori e signore, di fronte all’ineluttabilità della perdita si disperano e a volte serve a ben poco conoscere i nomi dei venti e il nord e il sud e i buchi neri se poi ti ritrovi nel mezzo del nulla. A discolpa di questi intellettuali blasonati bisogna dire che tutti si ingegnarono a predire tempistiche, predisporre piano, suddividere acqua dolce, definire traiettorie. Eppure il panico dilagava fino a sfociare in una rassegnata melanconia, sguardi perse, mezze parole, sussurri fatali. Dal canto suo Piero si stava concentrando per trovare una soluzione (‘vediamo dare fuoco al pallone per farsi vedere non è una buona idea che magari poi si propaga e poi dove li trovo dei cerini così potenti?e poi farsi vedere da chi?‘) quando tutto ad un tratto incrociò lo sguardo della moglie e fu colpito dalla sua calma serena e dal sorriso con cui cullava il suo pitone piangente.

‘Mia Regina che stai facendo?’

‘Cerco Rime, ma non ne trovo. E’ il mio gioco. Sai il mondo è un luogo troppo serio; nessuno canta più filastrocche, nessuno sorride senz aun reale motivo. Ed è un peccato perchè cantare, ridere è un gioco e giocare aiuta ad affrontarla la vita e non è vero che giocare è facile. Il gioco è crudele, ha regole e se non le rispetti esci, un pò come scriver euna filastrocca e non trovare la rima: niente rima niente filastrocca. Il gioco aiuta a fare la pace con la perdita, aiuta a imparare a lottare e a ridere. La vita è troppo corta per prendersi troppo sul serio. E io non voglio dimenticarlo.’

Non sono in grado di raccontare lo sconquasso che crearono queste parole al nostro eroe, ma posso dirvi che all’inizo fu come un piccolo tremore (ecco chi è la mia stalker dalle rime mancate!), poi un salto dell’intestino tutto nel comprenderne il significato di tutte quelle parole ed infine una sensazione di… di… I.D.I.O.Z.I.A. Esatto si sentiva un idiota perchè la sua femmina, la sua donna, la sua regina aveva ragione! Che il gioco abbia inizio quindi!

‘Abbaiare, no abbacinare, anzi  abbarbagliare!’

‘Ma questi sono tempi infiniti, Piero! cnon posso mica scrivere un mare abbacinare? ti pare? Una parola….’

‘Scusa mio sole ora mi concentro, nessuno ci può dare una mano?’

Fu così che in meno di quindici minuti quindici tutti parteciparono alla ricerc adella rima perfetta, alla costruzione della filastrocca perfetta e si divertirono pure e risero risero risero così tanto che un peschereccio, attirato dalle risate li trasse in salvo.

Beh come finisce lo sapete no? Finisce che una principessa stupida tanto stupida non era, che un pensiero diverso non è sempre tanto sbagliato e che la realtà non è una e tantomeno trina ma è multicolor e multifacce e che il nostro Piero se ne accorse appena in tempo per evitare di diventare un povero vecchio noioso e incartapecorito.

Insomma vissero felici e contenti e scrissero milioni di filastrocche molte delle quali le avete usate anche voi da bambini.

 

 

 

 

Il mio Regno per un Drago.

MATITA E TEMPERA - - RIMANEGGIATA

 

”Sa che c’è mia cara Mademoiselle? C’è che la tristezza sta tornando sempre più frequentemente, a ondate. Prima era più facile, mi perdevo nelle cose, nelle genti, nei miei sogni di gloria, nei piani per conquistare il mondo e il morettone all’angolo, nella frustrazioni dei secondi e nel pantano dei miei no ma ora. Ora magari mentre cammino tra il lusco e il brusco, ecco che mi investe una mareggiata così acuta da inondarmi bocca, polmoni e sguardo lasciandomi un nodo in gola, la lacrime raso pupilla e una sensazione di schegge di vetro sotto le unghie: il bullismo subito a undici anni, i pianti sommersi di una madre troppo infelice e incompleta che ci provava ma poverina non ce la faceva e nessuno ti salva se tutto quello che vuoi è che qualcun altro lo faccia, un padre che amava la vita e lei, la vita, lo ha preso a calci in faccia belli assestati eh, mica lambrusco e cantucci. E’ il dolore sottopelle, l’eredità del dolore, che scorre insieme al tuo sangue, che fa di te ciò che sei anche ma non per questo meno mostruoso e pericoloso. La prego inventi un drago abbastanza forte e maestoso da annientarlo, sto dolore, e farmi perdere nella luce delle sue scaglie. Ho bisogno del tremore della meraviglia. Ho paura di perdermi questa volta.”

Ada, 29 Settembre 2015

Una Femmina per Mese

Una Femmina per Mese

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Di Femmine e Segni Zodiacali. Forse.

 

0001 - ARIETE 0002 - TORO 0003 - GEMELLI 0004 - CANCRO 0005 - LEONE 0006 - VERGINE 0007 - BILANCIA 0008 - SCORPIONE 0009 - SAGITTARIO 0010 - CAPRICORNO ACQUARIO0012 - PESCI

Luciana e di una frase di quella buon’anima della Marylin

Riflessione su un Tram

 

” (…) che poi lo sai Mademoiselle qual’è il mio problema? che forse poi alla fine è lo stesso problema di tutte queste persone che ci sfiorano, si mangiano con lo sguardo e poi scappano? E’ che ci siamo dimenticati che la parola è carne, la parola è radicata nel corpo e parlare ferisce, guarisce, lenisce, inciampa, arranca. Che ne abbiamo bisogno almeno quanto necessitiamo di bere. Che salva. Perdona. Annienta, anche. Che la parola si fa verbo e non dimentica.

Noi trattiamo i nostri pensieri e li lanciamo nel mondo come fossero moneta corrente: tieni ti dico questo così ti colpisco abbastanza da diventare quasi interessante, ti regalo il mio bisogno di essere unico con i miei pensieri banalizzati quell’etto abondante da essere condivisi; cancello lo stupore e condisco con olio e acidità quanto basta. Un pò come diventare la caricatura di se stessi, la puttana dei propri bisogni.
E poi.
E poi ci dimentichiamo di stupirci per stupire, di riflettere sul mondo per riflettere il mondo manco fossimo uno specchio, che tra parentesi come specchio valiamo ben poco.
E io sono stanca. Sono stanca di essere schiava del mio desiderio di piacere, di essere fica q.b., di desiderare di essere al centro dell’attenzione.
Ho voglia di parole che significano e pensieri che parlano come scriveva la buona anima della Marylin. (…)”

Di pensieri importanti in un bicchiere di Vodka

Brindisi
“Si sta come una foglia di fico sul culo del mondo ed è subito sera.” (Brindisi di Bertoglio, in una sera di profonda depressione alla quinta vodka.)

Amedeo

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”Amedeo ha 40 anni, una laurea in economia e commercio, una mamma molto presente di nome Amedea (eh no, purtroppo non è uno scherzo) e un padre, Costantino, che adora il suo lavoro e lo prende molto sul serio: coltiva zucchine sul terrazzo della loro casa sita in via della Spezia – 20100 Milano. Amedeo come lavoro fa il netturbino ma il suo sogno, quello che desidera da quando aveva sei anni e che vorrebbe davvero fare da grande, è il ballerino/cantante/tuttofarebastastaresu1palco di musical. Avete presente quei desideri che sono così vivi e mobili da tirarvi i nervi sotto la pelle? Quello spazio di anelito che si crea nell’esaltante esercizio della volontà tra la fatica e l’estasi quasi mistica di una realizzazione? Amedeo è alto un metro e ottanta, una discreta pancia, molta sostanza, naso ligneo e indagatore, ironia come piovesse a volte messa in ombra da un accenno di permalosità e una certa tendenza alla polemica tout court; ha conosciuto la Clarice ad una festa tra amici un cinque anni fa più o meno, insomma un incontro come tanti: tu vedi lei, lei vede te, fate finta di non guardarvi, lei guarda un altro, poi inizia a parlare in un gruppetto, tu ti avvicini, le chiedi qualcosa, lei risponde in maniera arguta, tu ti incuriosisci poi vi ritrovate davanti al frigorifero di quella mini cucina in quella mini casa che vi baciate. E stranamente vi vedete ancora e poi ancora e lei appena ti vede non può evitare di desiderare baciarti, e toccarti e odorarti (ah il tuo odore!) e ascoltarti e tu non riesci a toglierle gli occhi di dosso e rimanere colpito dal colore delle sue labbra e da come usa le parole, come ti piace come usa le parole e a lei come piace il tuo modo di scherzare tra il serio e il faceto con le labbra a lemure mentre ti intimidisci e l’occhio che si vela quando ricordi qualcosa. E così continuate a vedervi, certo con delle regole perchè Amedeo tu sei uno che non vuole correre, non vuole rovinare il sentimento per quella smania che prende la gente quando vive cose belle e allora centellina e suddivide e così ci si vede solo 2 volte la settimana per il primo anno che è meglio così rimane inalterato il desiderio l’uno dell’altro e non corriamo che poi se finisce fa troppo male e poi io ho la mia passione, stiamo mettendo su una compagnia e non posso mollare tutto, capisci vero? E Clarice capisce e si incazza e poi lo guarda, il suo Amedeo dal cuore di cristallo e la voce d’ottone, con quegli occhi blu, quella bocca che quando sorride illumina tutta la pelle e la barba e i capelli che sono ricci e arrabbiati e dice va bene e intanto vive la sua vita e continua a cercare una soluzione al proprio rebus mentre a volte lo invidia il suo uomo (che non ne vorrebbe un’altro neanche ci fosse una svendita), ama quella fede e quella voglia con cui continua a provare un passo, scrivere un testo, cercare fondi, buttare tutta la sua creativa creatività nello spazio di quel desiderio e poi quando esce da quel cerchio magico, aver bisogno di regole, sicurezza, tranquillità perché si sa che quando hai il cuore di cristallo devi tutelarlo, questo cuore.”

Regole Generali dei Lupi per la Vita (tratto da Donne che corrono coi Lupi)

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Vuoti Pneumatici e altre amenità

La Gatta sul tetto che Scotta, o anche no. Del Perchè una gatta deve sempre stare su un tetto che scotta.

laporcupine:

La gatta sul tetto che scotta?

Attesa.

Vanessa

Ovunque tu vada ti porterai con te.

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Le balene portano fortuna equando non portano fortuna ti fanno comunque arrivare da qualche parte. SemprE. Lo giuro.

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che io sia per te la lentezza di un sospiro e la parola di un passo

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Guardare è un pò come leccare il mondo

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Che dire?

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La gatta sul tetto che scotta?

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Nina o della Bellezza

laporcupine:

Nina o della Bellezza

http://laporcupine.tumblr.com/post/102010722052/di-favole-femmine-e-altre-storie-o-no-e-che

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Ildamaria e il Lupo Cattivo

Ildamaria e il Lupo Cattivo

“La sai una cosa, Mademoiselle? Si tu la sai sicuro ma te la dico lo stesso.
Non si invecchia. Non è vero che un anno dopo l’altro porta via il tempo. NO. Noi si diventa solo più tristi fino a ingrigirci, affosarci, imbiancarci lo sguardo. E’ la tristezza quella ruga di paura e rimorso che ci stringe le spalle, rimpicciolisce la bocca e altera il passo. Ecco. Noi si diventa più tristi perchè il…

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Ildamaria e il Lupo Cattivo

“La sai una cosa, Mademoiselle? Si tu la sai sicuro ma te la dico lo stesso.
Non si invecchia. Non è vero che un anno dopo l’altro porta via il tempo. NO. Noi si diventa solo più tristi fino a ingrigirci, affosarci, imbiancarci lo sguardo. E’ la tristezza quella ruga di paura e rimorso che ci stringe le spalle, rimpicciolisce la bocca e altera il passo. Ecco. Noi si diventa più tristi perchè il dolore ritorna sempre più forte se non si ha avuto il coraggio di affrontarlo per tempo. E torna sempre più forte e più cattivo perchè lui sì che conosce i nostri punti deboli, che sa come funzioniamo, che usa il coltello di un ricordo per lacerare e ce la fa sempre, il bastardo, come un lupo affamato e bramoso lui lacera, spezza, maciulla. E a quel punto noi possiamo scegliere se sciogliere lacrime e rosai di memorie o scappare lontano e incidere una ruga di disfattismo, che so, sulla fronte o nell’incavo di un braccio.

Ecco la mia verità: io non sono vecchia, sono solo più triste.

Ieri notte sto bastardo mi è venuto a trovare con le sue zanne gialle e maleodoranti e un’immagine incastrata li in mezzo, e avevo voglia a nascondermi tra le coperte, a chiudermi nel’armadio e a correre fuori per le strade della città per non vederlo; lui era più veloce, più scaltro di me e mi trovava ovunque e non c’erano lacrime per intenerirlo, no. E quanto ho pianto per me, per la mia stupidità, per l’amore degli altri che ho sprecato, che sprecare l’amore è una bestemmia immonda ma non c’è stata nè c’è redenzione. Lui era lì di fronte a me e ringhiava le pretese, le mancanze, le cecità.

Eh si Mademoiselle, io lo so che lei lo sa, ma io no.

Io sono cresciuta con il mito della psicoanalisi, delle centrature, del quadrato del cerchio, dell’emotivo creativo che fa pace con se stesso e la natura in un happy end colorato a tratti punk. Ho dovuto scoprirlo sulla mia carne maciullata che non esiste la redenzione, la centratura; che siamo tutti un poco storti e malconci, che ci possiamo provare ma che dobbiamo redimerci da soli, se proprio ci teniamo. Non si può pretendere da un altro la redenzione. tropo comodo, quasi immorale.

Ma ora basta che ho gli occhi rossi e malconci e che va bene che sono triste da 43 anni ma ogni lo sembro da 54 e 11 anni di tristezza in più non vorrei dimostrarli proprio. Sa, ieri, con sto cagnaccio incazzoso, ci ho parlato, alla fine, tra i singhiozzi, e gli ho chiesto le mie scuse e raccontato la storia dietro a quell’immagine che aveva tra le zanne; che strano la ricordavo come fosse successo ora e mi faceva lo stesso male e la stessa vergogna di me. Non so se sia servito ma ora, un pochino, sto meglio perchè non la fuggo più e non sa quanta energia sprecavo a fuggire questo angolo di passsato! Energia che posso usare per cercare creme idratanti, bere più acqua e sorridere al mio dirimpettaio che non vorrei dire ma mi sa che un poco mi luma e a me i moraccioni mi sono sempre piaciuti. Beh moraccione con un pò di grigio e bianco ma una volta era moracccione di sicuro e comunque le spalle larghe ci sono, il bracccio muscoloso regge e il passo è elastico, chissà che fa per vivere e se ha figli o è un vecchio scapolone.. mmhhh…

Mademoiselle, non è che mi offriresti uno dei tuoi meravigliosi caffè ora? che se non occupo la bocca, questa continuerà a parlare e parlare per ovattare il frastruono dei miei fallimenti: glielo dicevo, una volta, che il lupo arriva e azzanna, non molla la presa tanto facilmente e questa volta non scappo: lo giuro. Ma ora ho bisogno di attimo di requie, prendere le forze e ricominciare la lotta.”

Soliloquio di Ildamaria o del Dolore

Soliloquio di Ildamaria o del Dolore

‘Sa una cosa Mademoiselle? che poi sto uso della parola ‘cosa’ continua a lasciarmi perplessa.. usiamo ”cosa” per definire tutto dimenticando il nome corretto e dimenticarlo, il nome, non significa forse perderne la magia?
ma scusi divago, è che a volte un pensiero ne chiama un altro che ne chiama un altro e io mi ritrovo a salvare foche in Uganda mentre in realtà dovrei scendere alla fermata…

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